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Da colonnello a barbone per paura
Da sei mesi Guglielmo Sinigaglia, ex ufficiale del Sismi indagato per la strage, ha scelto di vivere a Milano chiedendo l’elemosina

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Da colonnello a barbone per paura
Da sei mesi Guglielmo Sinigaglia, ex ufficiale del Sismi indagato per
la strage, ha scelto di vivere a Milano chiedendo l’elemosina

MILANO — Era in servizio come colonnello del Sismi la sera del 27
giugno 1980, quando il Dc-9 Itavia precipitò nel mare di Ustica, con
le sue 81 vittime. Oggi Guglielmo Sinigaglia, 46 anni, ex membro di
Stay Behind, fa il barbone a Milano, pur risultando tra gli indagati
eccellenti nell'inchiesta del giudice Priore. Il suo nome è finito
nell'elenco degli inquisiti per reticenza, ma certo oggi lui sembra
temere più qualcosa di oscuro e indecifrabile che la semplice
violazione del segreto istruttorio.
«Voglio stare ancora con mia moglie — sussurra — vedere mio figlio
nascere e crescere. Ma quella sera fu guerra, sì, guerra vera. Priore
ha ragione, tutto però finirà nel nulla tra meno di un anno, il 29
giugno del 2000. I reati militari cadono in prescrizione dopo 20 anni,
un giorno e dodici ore». Corsa contro il tempo, dunque? Nella borsa
Guglielmo porta con sè fotocopie di documenti e tracciati radar, i cui
originali sono in mani sicure, «avvocati e notai che li tirerebbero
fuori nel caso mi succedesse qualcosa. Nomi da far tremare i palazzi
romani, e non solo». La carriera che porta Guglielmo dal Sismi alla
vita da clochard, comincia trent'anni fa, quando a soli 16 anni entra
all'Accademia Militare di Modena, fiore all'occhiello nella formazione
di giovani 007. Tra i primi per punteggio, viene messo in incubatrice
da quello che allora si chiamava il Sid e addestrato per divenire
membro attivo dei servizi segreti. A 21 anni, entra a tutti gli
effetti in Stay Behind, organizzazione grazie alla quale potrà
addestrarsi all'estero con i Seals americani, i giovani Sbs inglesi
(gli stessi che poi un giorno avrebbe indicato come i veri autori
materiali dell'affondamento del DC-9) e la Legione Straniera.
In 24 anni di servizio, da giovane sottotenente otterrà cinque
passaggi di carriera, fino al grado di colonnello. Ma i suoi guai
cominciano nel '93, quando Andreotti, in seguito ai fatti di via Monte
Nevoso, per decreto scioglie sostanzialmente la struttura, collocando
al di fuori dell'apparato militare tutti i suoi componenti.
Da lì Guglielmo continuerà a rivendicare con testardaggine la propria
posizione, con clamorose, ma vane proteste. Fino all'esaurirsi degli
ultimi risparmi e alla scelta obbligata, vivere di elemosina. Proprio
poco dopo aver messo incinta sua moglie, Diana. Ha una spalla rotta e
dolorante, Guglielmo, pantaloni corti, scarpe da tennis, calzini,
canottiera e bendaggio rigido. Vestito come l'ultimo dei disperati, da
quasi sei mesi ha scelto di vivere per strada, di prendere botte e
coltellate, di farsi una doccia a diecimila lire una volta ogni
quindici giorni, di stare lontano dalla donna che gli darà un figlio,
raccogliendo l'elemosina in corso Vittorio Emanuele, sotto le insegne
del cinema Astra. Al suo fianco, fin dall'inizio c'è sempre un collega
clochard, Silvio Diligenti, coetaneo, compagno di sventure ed ex
maresciallo della Folgore. A Guglielmo la spalla l'ha rotta un altro
disperato, la notte di un mese fa. Uno che gli aveva visto tirar fuori
un telefonino, quando la moglie l'aveva chiamato, e che doveva aver
pensato: se un barbone ha il cellulare, che cavolo di barbone sarà
mai? E chissà cos'altro nasconde nel portafogli. E invece no, quel
telefonino con scheda ricaricabile era un regalo di sua moglie, Diana
Moffa, che vive a La Spezia. La donna che lo chiama, per sapere come
sta, se lui la ama ancora, se quel figlio lo vedranno insieme, se
davvero è ancora deciso a fare quella vita e fino a quando. Eh sì,
perché Guglielmo il barbone, l'ex colonnello del Sismi che sa molto di
quello che avvenne quella notte, ha deciso di fare il clochard per
amore.
La strada, per Guglielmo, non è solo dormire sotto la luna, sul marmo
dei gradini di una chiesa con la spalla rotta e cercare di fermare i
passanti con una fase di Esiodo, il primo poeta greco, su un pezzo di
cartone («La vostra indifferenza uccide la nostra speranza»). La
strada è soprattutto violenza.
Pochi giorni fa, l'ultima aggressione: uno gnomo vestito di nero cerca
di portargli via la scatola delle scarpe piena di monete,
trentacinquemila lire in tutto. Lui, più alto di mezzo metro e largo
il doppio, prova a reagire, brandendo l'unico braccio a disposizione.
In tutta risposta l'altro gli punta un coltello alla gola. Intanto
arriva Silvio, afferra il nano per le spalle e lo mette faccia a
terra, ma nel frattempo una coltellata alla spalla e una al ginocchio
di Guglielmo fanno in tempo ad arrivare lo stesso. «Ci si può fare una
tal guerra tra poveri per l'elemosina?», sbraita ora Guglielmo.
E se parlassimo della guerra, quella vera, che avvenne la sera del 27
giugno sui cieli di Ustica? Guglielmo Sinigaglia vorrebbe farlo il
meno possibile. «Mi hanno preso troppo a lungo per mitomane». Già
interrogato più volte, Guglielmo ha fornito la sua versione dei fatti:
si trattò di un complotto occidentale per uccidere Gheddafi, che
quella stessa sera era partito in aereo da Tripoli, e insediare in
Libia un governo filo-occidentale. Le dichiarazioni, molte delle quali
già agli atti, scendono poi nel dettaglio. «Qualche politico italiano
avvisò il leader libico, che così atterrò a Malta. Nel frattempo il
Dc-9 Itavia si infilò nell'aerovia denominata «zombie» (che in codice
sta per «capo di stato ostile»), una sorta di corridoio tre chilometri
per cinque. Un sottomarino francese lanciò un missile Standard, con
carica di prossimità, che costrinse l'aereo ad ammarare bruscamente.
Sulla superficie fu affondato con esplosivo Dynagel dagli Sbs
inglesi».
Ma c'è dell'altro. «La strage di Bologna fu architettata per
distogliere l'attenzione da Ustica». Da chi? «Fate voi». Cosa prova
quando pensa alle 81 vittime? «Penso che le vittime siano 117». In che
senso? «Aggiungerei i 36 testimoni morti in circostanze misteriose.
Uno scivola sulla buccia di banana sulla scalla del metro a Termini,
uno legge il giornale e non si avvede del paraurti di una macchina, un
altro investito da un bambino di 4 anni col triciclo... Lasciando
perdere quelli che si sono impiccati in casa».

Enrico Fovanna






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