I CALCIATORI IMPARINO A CANTARE L'INNO
Che fino al febbraio del 1998 non vi fossero norme precise per far
esporre il tricolore (e la bandiera europea) sugli edifici pubblici
nazionali e le scuole è abbastanza sorprendente. Che per emanarne il
regolamento d'attuazione, cioè dove e come si mette il vessillo, siano
stati necessari altri due anni è paradossale.
Ma, come si dice, meglio tardi che mai, ora sia la legge che il
regolamento sono operanti e, se guardiamo con un po' d'attenzione le
nostre città, ci accorgeremo che sono un po' più colorate. Ma la
questione non è di estetica, tutt'altro. Appartiene al genere
"orgoglio nazionale e continentale", da non confondere con un
nazionalismo sfrenato. Per intenderci: siamo un popolo che ha
raramente esibito il proprio vessillo se si fa eccezione per alcune
"notti magiche" con gli azzurri protagonisti.
Nel corso del mondiale di Spagna, quello mitico del 1982, passato alla
storia per Pablito Rossi, l'urlo e la corsa di Tardelli e lo scopone
tra Pertini e Bearzot, il bianco - rosso e verde trasformò gli arredi
urbani e le nostre città sembrarono addobbate per chissà quale festa
nazionale. Ma era un rito tribale legato al Dio pallone, lo stesso che
ha trasformato Roma in una città biancoceleste nelle scorse settimane,
dopo lo scudetto di Nesta e compagni, e Napoli in una metropoli tutta
azzurra dopo il ritorno in A del team di Novellino. In realtà questo
amore sviscerato per la bandiera nell'era moderna non si è manifestato
in occasioni diverse da quelle sportive. Complice l'abolizione di
alcuni festeggiamenti e della parata militare del 2 giugno certo, ma
non solo.
Negli anni di piombo c'è stato chi ha dipinto il belpaese a suon di
copertine con P 38 e spaghetti. La risposta? Al massimo un paio di
editoriali un po' risentiti, ma la maggior parte della gente pensava
che in fondo ce lo meritavamo. Sbagliavamo allora rinunciando a
contrapporre anche una storia nobile e millenaria, costellata da
indimenticabili prodezze artistiche e tanti momenti di grande eroismo,
sbaglieremmo oggi a non considerare importante il riconoscersi nella
nostra bandiera nazionale e nelle nostre tradizioni locali.
Il fatto che, passeggiando nelle nostre città, si ritrovino fianco a
fianco i vessilli d'Italia, d'Europa e, spesso, anche quello del
comune, a me pare una bella cosa di cui va dato merito soprattutto al
Capo dello Stato.
A Ciampi si riconoscono grandi doti d'equilibrio, scarso
interventismo, una ferrea volontà di adeguare le nostre istituzioni a
quelle dei paesi più moderni ed evoluti. Va detto che anche
l'operazione tricolore ricade in gran parte sulle sue spalle. E' stato
il Presidente a ripristinare la festività del 2 giugno e a far
svolgere il 4 una parata, trasformata in rassegna di pace per
segnalare l'impegno dei nostri soldati in ogni angolo della terra dove
la guerra continua a mietere vittime innocenti. E' stata una scelta
importante e positiva, che ha trovato pochi, comunque rispettabili,
dissensi e che segue un'altra novità introdotta da quando Ciampi è al
Quirinale e di cui si è avuta riprova all'ultima festa dei
carabinieri: al momento del commiato dal Presidente i militari cantano
l'inno.
Agli Europei di calcio gli azzurri hanno esordito come si deve, ma il
fatto che all'inno nazionale tacessero mentre i turchi cantavano il
loro a squarciagola ha dato fastidio a moltissimi tra i dodici milioni
di spettatori del match. I nostri giocatori nei momenti più delicati
si tengono per mano, fanno gruppo tenendosi per le spalle, ma di "elmi
di Scipio" non vogliono proprio saperne. Speriamo che arrivino alla
finale e ci sorprendano ritrovando la voce.
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