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Ma quale sarà la sorte di Bin Laden?
Vivo e morto», ma meglio morto, per gli americani: non per altro, ma perchè, se lo si cattura vivo, sarà un problema decidere cosa farne e come farlo. La sorte di Osama bin Laden, dei suoi luogotenenti, dei suoi complici, fa discutere l'America, ancora prima che il leader terrorista sia caduto in mano Usa

Ma quale sarà la sorte di Bin Laden? Vivo e morto», ma meglio morto, per gli americani: non per altro, ma perchè, se lo si cattura vivo, sarà un problema decidere cosa farne e come farlo. La sorte di Osama bin Laden, dei suoi luogotenenti, dei suoi complici, fa discutere l'America, ancora prima che il leader terrorista sia caduto in mano Usa
WASHINGTON, 22 OTTOBRE 2001 - «Vivo e morto», ma meglio morto, per gli americani: non per altro, ma perchè, se lo si cattura vivo, sarà un problema decidere cosa farne e come farlo. La sorte di Osama bin Laden, dei suoi luogotenenti, dei suoi complici, fa discutere l'America, ancora prima che il leader terrorista sia caduto in mano Usa.
«Gli Stati Uniti hanno di fronte a sè scelte difficili», se il capo degli integralisti «sarà catturato», scrive oggi sul 'New York Times' William Glaberson. Nel dibattito sulla Norimberga del terrorismo che attraversa l'America, affiorano interrogativi e preoccupazioni. Se li pongono i giuristi, ma se li pongono anche i politici, che, una volta tanto, si scoprono più oltranzisti dei militari. Il presidente George W. Bush ha infatti dato alla Cia 'licenza di uccidere' bin Laden e i suoi accoliti, mentre il generale Richard Myers, capo di Stato Maggiore delle Forze Armare degli Stati Uniti, dice che i soldati, se possibile, lo prenderanno vivo, anche se -aggiunge-, se ce ne sarà bisogno «le pallottole fischeranno».
Con bin Laden e i suoi luogotenenti della rete 'al Qaida' vivi e tenuti in custodia dagli americani, o da altri, i problemi s'affollano: chi lo dovrà processare?, e dove?, e per quali reati? Una corte internazionale, o una americana?, o di un Paese terzo? E i leader dei taleban, se catturati, dovranno essere processati anch'essi, magari per cospirazione con i terroristi? C'è la questione del tribunale, dunque. E c'è la questione delle prove. Quelle raccolte contro bin Laden e 'al Qaidà sono state giudicate «conclusive» dagli alleati degli Stati Uniti nella 'coalizione globalè, dai Paesi della Nato e dagli altri, fino al Pakistan. Ma gli stessi americani avevano sempre detto che le prove raccolte e fornite non sono «da aula di tribunale». Invece, in un processo, proprio di quelle ci sarà bisogno, perchè il presidente Bush ha detto più volte che l'obiettivo non è quello di «giustiziare» i terroristi e i loro complici, ma di «tradurli in giustizia» per «fare giustizia».
Un processo sarà rischioso, giuridicamente, politicamente e dal punto di vista della sicurezza. Forse, gli americani avranno un'occasione per rivedere il loro no al Tribunale penale internazionale, deciso dall'Onu e che Washington non ha mai ratificato. Quali sarebbero i rischi d'un processo? Elencarli è facile. Giuridicamente, bisogna che le prove tengano e che i legami tra i fatti e gli accusati siano espliciti, non solo induttivi.
Politicamente, un giudizio di fronte a una corte, destinato a protrarsi nel tempo, polarizzerebbe l'attenzione del mondo (specie di quello arabo) e offrirebbe una tribuna a bin Laden e agli altri imputati per diffondere il loro verbo. Infine, le preoccupazioni della sicurezza, le più ovvie. Ci sono già stati casi di sincronia tra processi a terroristi e attentati terroristici. Il giudizio del capo degli integralisti sarebbe, senz'altro, un forte stimolo ai suoi seguaci a colpire ancora.
Nei commenti e nelle analisi della stampa americana, dubbi e timori, però, non prevalgono mai sulla certezza di quel che è giusto fare: si discute di come fare le cose, nel modo migliore e più sicuro; ma non si discute se farle. Perchè, lo dice il presidente: «giustizia sia fatta, giustizia sarà fatta».









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