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SIMENON / Il ricordo di Camilleri

ROMA, 19 GENNAIO 2003 - Erano i primi anni Sessanta e in un appartamento di Parigi, un giorno ovviamente grigio che sembrava un bianco e nero di Marcel Carné, si trovarono di fronte Georges Simenon, di già celeberrimo padre del commissario Maigret, e Andrea Camilleri, che non pensava neanche alla lontana che sarebbe diventato a suo volta padre di un altro famoso poliziotto, Salvo Montalbano, commissario nell'assolata Vigata.

L'inedito episodio lo rammenta lo stesso Camilleri, che così ricorda Simenon: «Somigliava molto al suo personaggio, era, direi, decisamente megrettiano. La sua massiccia cubatura occupava molto spazio, non parlava molto, piuttosto bofonchiava, e alle parole intercalava grossi silenzi. Mi parve un tipo calmissimo».
Il perché di quell'incontro: Camilleri, allora produttore alla Rai, stava per portare Maigret sugli schermi televisivi degli italiani nella celebre serie interpretata da Gino Cervi.
«L'idea di Maigret in tivvù, però - racconta - non fu mia. Nacque a Diego Fabbri, che aveva scritto per il teatro un famoso "Processo a Gesù" e che era molto conosciuto anche in Francia. Fu lui lo sceneggiatore di quelle puntate, non io. Decidemmo di andare a Parigi per sottoporre il nostro progetto a Simenon, soprattutto la scelta degli attori. Su Cervi non ebbe niente da obiettare, ma su Andreina Pagnani, che doveva interpretare la moglie, sì. Disse che era troppo bella per un tipo, tutto sommato grigio, come Maigret. E vabbè, gli dicemmo, è ormai una signora di una certa età. Eh!, disse lui, ma Maigret si è sposato giovanissimo. Voi lo vedete che si sposa una bellissima ragazza come la signora Pagnani? Non rientra nel personaggio. Comunque la spuntammo e, poi, quando anche Simenon ebbe visto alcune puntate, ne fu soddisfatto».

Si dice, Camilleri, che una delle ragioni del successo immenso di Maigret fu quella di essere nato assieme al cinema sonoro, famelico, tra l'altro, di storie. E chi poteva soddisfarlo meglio di Simenon, cui viene attribuito l'incredibile numero di 435 romanzi! Però Maigret in televisione entrò più tardi, erano già gli anni Sessanta...
«Certo. Simenon/cinema anni Trenta è un'accoppiata magica. Ma Maigret è, io credo, indissolubilmente legato a quelle atmosfere, a quei personaggi. Non le storie, che possono svilupparsi in qualsiasi tempo. Ma attualizzare Maigret non è possibile. E poiché era già problematico quando lo portammo in televisione, le racconto qualcosa di straordinario che fece Diego Fabbri. Lui prendeva i libri di Simenon, pubblicati in brossura negli Oscar, e letteralmente li smontava, pagina dopo pagina, che distribuiva sul pavimento. Poi le rimetteva insieme in un ordine diverso, scrivendo brani di raccordo, nuovi dialoghi, tagliando o aggiungendo, creando alla fine una nuova storia».

Ma, allora, gli italiani videro dei Maigret...inesistenti? E Simenon, non protestò?
«Be', sì - risponde candido Camilleri - erano storie in parte inventate da Fabbri. Comunque seguire quel lavoro fu per me un apprendistato straordinario, era come andare a lezione nella bottega dell' orologiaio. Insomma, imparai l'arte e la misi da parte».

Si dice, Camilleri, che la scrittura di Simenon sia piuttosto piatta, addirittura grigia. Tutto il contrario della sua.
«E come poteva fare altrimenti! Attenzione, però: la sua scrittura è veloce solo nei gialli, quelli con Maigret o senza. Negli altri libri è diversa. Io mi sono accorto che i gialli non li rileggeva neanche. Ce n'è uno dove due personaggi fanno conoscenza due volte a poche pagine di distanza una dall'altra. Lui ha scritto più di 70 Maigret; io 6 Montalbano. E' sorprendente il parallelismo tra la sua incredibile capacità di scrittura e la sua insaziabile vita sessuale...».

Simenon si vantava di avere posseduto 10 mila donne e di fare l'amore tre volte al giorno, ogni giorno.
«Eh, non dico che non funzionasse bene in tutti e due i campi. Però, sia nella scrittura che nel sesso c'è qualcosa di patologico, quasi fossero due bulimìe».

Si dice che un'altra ragione della fortuna mondiale di Maigret sia stata proprio che, essendo molto semplice, non dava alcuna difficoltà al traduttore. Il contrario della sua, che però è stato tradotto ugualmente in tante lingue, gaelico compreso.
«Ma io non esagererei con la semplicità della scrittura di Maigret. Anche nel suo francese ci sono, per esempio, dei belgismi molto efficaci, che se dovessero essere correttamente tradotti, creerebbero difficoltà. Come venga tradotto il mio siciliano vero e inventato, non so bene. So che in Francia hanno preso a prestito il dialetto di Lione, ma il gaelico resta davvero un mistero».









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