Brescia
 
In manette falsari di reperti archeologici
 

Brescia, 3 febbraio - Sono riusciti ad ingannare la comunità scientifica internazionale. Una banda di falsari, che aveva individuato Brescia come base, riusciva ad anticare veri e propri cocci trasformandoli in reperti archeologici.

La tecnica sofisticata consentiva di ingannare ogni controllo compresa la prova della radioluminescenza, del carbonio 14, riuscendo a datare precisamente l'oggetto al periodo storico desiderato. Quattro le persone finite in manette arrestate dal gruppo tutela patrimonio archeologico del nucleo regionale del Lazio della Guardia di Finanza in collaborazione con gli uomini di Brescia. Indagini sono in corso.

I falsari utilizzavano per completare il processo di antichizzazione macchinari del reparto di radioterapia di un ospedale bresciano. Ad insospettire gli inquirenti un vaso attico del VI secolo a. C. troppo perfetto nelle mani di un tombarolo di Cerveteri, con tanto di certificazione di autenticità della prova della luminescenza e del carbonio 14.


Un vaso che però, per la sovrintendente ai beni archeologici della Regione Lazio, aveva degli errori, come dei nomi mai comparsi prima, che ad una lettura più accurata apparivano come dei nomi copiati al contario. Ad un'analisi dell'argilla utilizzata per il vaso 'kylix' di Euphronios in questione è emerso che non si trattava di argilla attica, in quanto era assolutamente priva di nichel e cromo, elementi chimici di cui invece è ricca l'argilla greca. Da qui sono quindi scattate le indagini della Guardia di Finanza laziale che hanno portato nel bresciano, nel reparto di radioterapia di un ospedale bresciano dove di fatto si accellerava il processo di invecchiamento dei cocci prodotti nella zona dell'Etruria.

I vasi di moderna produzione, poi antichizzati, erano destinati a due antiquari svizzeri che li ricettavano, vendendo i pezzi in tutto il mondo come oggetti destinati a facoltosi collezionisti. Le indagini hanno portato all’arresto di quattro persone: il tombarolo di Cerveteri, un bresciano appassionato collezionista, un perugino e un viterbese, accusati di falsificazione, contrabbando e associazione a delinquere.

Con questo sistema in pratica, la banda di falsari ha messo in crisi l'intera comunità scientifica e i più autorevoli pareri del mondo accademico, compreso il direttore del dipartimento di Archeologia del British Museum di Londra.