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CAMPO ROM DI OPERA

Un commando colpė la tendopoli
Identificate almeno 10 persone

Chi ha ideato, chi ha istigato la manovalanza, chi ha eseguito. Sono almeno dieci gli incendiari che il 21 dicembre, mentre era in corso un infuocato consiglio comunale, sono passati dalla parole ai fatti. E sono stati identificati: con i loro ruoli diversificati

CAMPO ROM DI OPERA Milano, 16 gennaio 2007 - UN COMMANDO organizzato. Chi ha ideato, chi ha istigato la manovalanza, chi ha eseguito. Sono almeno dieci gli incendiari che il 21 dicembre, mentre era in corso un infuocato consiglio comunale, sono passati dalla parole ai fatti. E sono stati identificati: con i loro ruoli diversificati.
Con la loro provenienza, per così dire, persino politica: frange da stadio, ultrà dediti all’intolleranza. Ma si punta diritto anche agli ispiratori, il cui retroterra ideologico pare individuarsi tra partiti del centro-destra, da An a Lega a Forza Italia.

DALLE PAROLE di fuoco rivolte ai rom e all’asse tra Comune, Provincia e Prefettura (che aveva deciso di ospitare temporaneamente i rom in tende della protezione civile per superare l’inverno), si è così passati al fuoco vero e proprio. Un modo di eliminare il problema alla radice.
Poco importa che tra quelle settanta persone provenienti dal campo nomadi abusivo di via Ripamonti (raso al suolo il 14 dicembre per decisione del Comune di Milano) vi fossero trentaquattro bambini che rischiavano di restare al freddo.
Nella notte del 21 dicembre il commando ha agito - si potrebbe dire - «armato» psicologicamente da quei 400 cittadini che la stessa sera avevano fatto irruzione in un consiglio comunale devastato dalle polemiche, a Opera.
E il cui primo cittadino, il sindaco Alessandro Ramazzotti, chiamandosi fuori dalla scelta congiunta con un «non ne sapevo un’acca», accusava l’estabilishment superiore di un’inefficienza globale «pur avendo avvisato con anticipo le autorità della protesta cittadina e delle sue derive».

IL 21 DICEMBRE le tende riscaldate della protezione civile, allestite in gran velocità per ospitare i settanta rom fino ad aprile, finiscono in un rogo.
Sul luogo, rimangono taniche con diversi liquidi infiammabili. I carabinieri di Corsico e del nucleo informativo di Milano, diretti dal maggiore Andrea Chittaro, rispondono al pubblico ministero della Dda Laura Barbaini, che non sottovaluta affatto il caso come un fatto «minore».
Ma, pur indagando, allora, a carico d’ignoti e iscrivendo un fascicolo per danneggiamento seguito da incendio, sottolinea: «Non sottovalutiamo certo un tale gesto, indaghiamo con la stessa accuratezza che riserveremmo a un omicidio».

IL PM BARBAINI aspetta a giorni il fascicolo d’indagine messo a punto dai carabinieri, che basano il loro lavoro soprattutto su testimonianze, identikit e intercettazioni: successivamente, il pm passerà alle iscrizioni nel registro degli indagati per diversi reati.
Si attendono quindi i risultati della consulenza tecnica sulle taniche utilizzate e sui resti dei combustibili usati per appiccare il fuoco alle tende della protezione civile.
E non si sottovaluta certo neppure il retroterra politico nel quale è potuto affondare il gesto. Quello che il presidente della Provincia Filippo Penati definì «un atto squadristico», non deve essere stata prognosi troppo lontana dal vero.

L’ESASPERAZIONE di cittadini - che si vedevano minacciati dall’ennesimo scaricabarile di una politica confusa e divisa sull’emergenza rom - non può giustificare l’attacco del 21 dicembre in via Marcora. +
Piuttosto, un’intolleranza ben più strutturata, seppure in embrione e che avrebbe trovato nelle frange da stadio, in qualche skinhead formalmente vicino all’estremismo nero, il consueto esecutore.
Niente di tranquillizzante, se si pensa che i settanta nomadi alla fine, il 29 dicembre, trovano comunque alloggio in un campo provvisorio a Opera: una tendopoli blindata e sotto osservazione 24 ore su 24

Marinella Rossi