E’ IL MERCATO, bellezza. Ovvio che il mercato significa merci, e che le merci significano denaro. Qualcuno produce, qualcuno vende, qualcuno acquista. Soprattutto qualcuno guadagna, deve guadagnare, altrimenti che mercato è? Poi c’è chi globalizza all’estremo, chi fa della deregulation la sua pratica quotidiana di vita. Deregulation globale. Sentimenti? Pudori? Dolori? Frutti di un passato che la Storia ha cancellato. A meno che... A meno che anche i sentimenti, le vergogne, i dolori non assumano il felice status di merce. Quindi, in base alla «neutrale» legge della domanda e dell’offerta, un costo e un prezzo. Ma, soprattutto, un guadagno.
Fedele al suo nome, troppo facile, scontato, dire un segno del destino, Fabrizio Corona del mercato dei sentimenti, dei pudori, dei dolori è diventato il re indiscusso. Bravo, è bravo, chi lo può negare? «Che mostro che ho creato!», commentò pochi mesi fa il suo amico e maestro Lele Mora quando Corona gli rivelò l’intenzione di fare indossare la maglietta — nera, elegantemente luttuosa — ad Azouz Marzouk durante i funerali a Tunisi della moglie e del figlio.
MA ERA UN commento, quello di Mora, fintamente scandalizzato, in realtà ricco di ammirazione per l’inventiva senza limiti del giovane re dei fotoscoop.
Scandalizzarsi ora per la nuova iniziativa macabro-imprenditoriale di Corona? Sfruttare in esclusiva il fotomontaggio che Paola e Stefania Cappa avrebbero realizzato unendo i propri ritratti a quello della cugina Chiara Poggi. Le due ragazze negano, ma Corona ieri non era certo a Garlasco per diporto: con tutto il rispetto, la cittadina non vanta la dorata fama della Costa Smeralda. Sì, con Azouz non ci azzeccò molto, Corona. Lo definì «il personaggio del momento, con un gran futuro». Ipotesi fallita. Ma Paola & Stefania non sono tunisine, non proprio avvenenti, sono due ragazze dei nostri tempi televisivi, con sorrisi televisivi, chissà — le vie dell’etere sono davvero infinite — magari con un «grande» futuro televisivo.
Scandalizzarsi, dicevamo? Sì, vogliamo continuare a scandalizzarci. Vogliamo, irrimediabilmente, continuare a pensare che il dolore non è una merce, non si acquista e non si vende. E che ha un prezzo solo: quello di chi lo paga sulla sua pelle e nel proprio animo.
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