Non è stato solo un grandissimo tenore. E' sempre stato un uomo molto generoso con i poveri, con l’umanità che soffre, specie i bambini africani, ma negli ultimi tempi lo era stato ancora più: era il suo modo per restituire in parte i favori di una vita fortunata di Giancarlo Mazzuca
Pioveva a dirotto, quella sera di mezza estate ad Hyde Park. L’acqua ti penetrava nelle ossa, eravamo tutti inzuppati come pulcini, ma nessuno s’alzò, nessuno aprì l’ombrello. Carlo e Diana erano in prima fila con lo sguardo fisso verso il palcoscenico. E dietro ai principi, tutti noi, attoniti e rapiti, ad ascoltare lui, Big Luciano. Pavarotti cantava e la sua voce saliva verso il cielo, più potente dei tuoni.
Ad ascoltarla, quella voce, la città si era come bloccata e aveva fatto capannello attorno al parco. Furono momenti bellissimi. Ricordo quando Luciano cantò ’O sole mio’ tra i nuvoloni neri. Ricordo quando intonò ’Vincerò’ e mezza Londra cominciò a parlare italiano. Perché Luciano Pavarotti, che si è spento questa mattina nella sua casa di Modena, è stato forse il nostro più grande ambasciatore degli ultimi trent’anni. Più di tanti altri talenti del genio italico.
Non sono un melomane e non mi permetto quindi di giudicare più di tanto le sue eccezionali doti canore. Posso però dire che quel giorno ad Hyde Park c’ero anch’io e lì ho capito che uno come lui forse non l’avremmo più.
Spesso, dopo quella sera londinese, ho pensato alla straordinaria fortuna che ha avuto Modena di aver dato i natali nello stesso secolo a due personaggi come Enzo Ferrari e Luciano Pavarotti che hanno portato ai massimi livelli il «made In Italy» nel mondo. Con simili uomini, la speranza di un nuovo Rinascimento ci sarà sempre per il nostro Paese.
Ma Pavarotti non è stato solo un grandissimo tenore. Questa mattina, quando ho appreso subito la notizia della morte grazie alla bravura dei colleghi di Modena, ho telefonato a Luciano Bovicelli, il suo medico ma anche il suo grandissimo amico, che mi ha raccontato degli ultimi giorni, della lucidità e della serenità con cui ha affrontato la morte. Pavarotti era credente ma, in questi mesi, si era avvicinato ancor più alla Fede. Era molto grato a Dio che gli aveva dato una voce incredibile e non sapeva come ringraziarlo per un dono così prezioso. «Cosa posso fare?», diceva.
Luciano è sempre stato molto generoso con i poveri, con l’umanità che soffre, specie i bambini africani, ma negli ultimi tempi lo era stato ancora più: era il suo modo per restituire in parte i favori di una vita fortunata. Per scherzo, Pavarotti chiamava Bovicelli Luciano II° e il professore , a sua volta, si rivolgeva al Maestro chiamandolo Luciano I°.
Qualche giorno fa Pavarotti gli chiese di avvicinarsi e gli disse: «Ora ci sarà un solo Luciano. Tu diventerai Luciano I°». Anche Pavarotti ha commesso un errore: lui non c’è più, ma la sua Voce resterà per sempre in mezzo a noi.
di Giancarlo Mazzuca