I primi cittadini di Bologna e Firenze nella sede del Carlino per discutere di criminalità e degrado. Tra le richieste anche la revisione del ruolo dei vigili urbani: "Adesso hanno un raggio d'azione limitato" Commenta la notizia
Bologna, 6 settembre 2007 - Sono giorni caldi per i sindaci delle grandi città, in prima linea nella lotta alla criminalità urbana. Sono stati definiti «sindaci-sceriffo», specie dopo le polemiche seguite alle misure anti lavavetri approvate dal sindaco di Firenze, Lorenzo Domenici, e alla battaglia per la legalità condotta da Sergio Cofferati a Bologna. Nella sede bolognese del nostro gruppo, Giancarlo Mazzuca (direttore di Qn e del Carlino) e Francesco Carrassi (direttore della Nazione) hanno condotto un forum con Domenici e Cofferati sul tema della sicurezza nelle città. A Milano, Giovanni Morandi, direttore del Giorno, ha intervistato il sindaco, Letizia Moratti.
Se il governo non troverà un accordo sul pacchetto sicurezza, voi sindaci che farete?
Leonardo Domenici: «Spero sia possibile un dibattito che coinvolga entrambi gli schieramenti, con un ruolo per gli amministratori locali. Quando chiediamo norme nuove e l’adeguamento delle esistenti ai nuovi problemi che stiamo vivendo, non vogliamo fare lo scaricabarile. Ci servono strumenti efficaci per potere intervenire, mantenendo le responsabilità di amministratori, dandoci i poteri adeguati, e utilizzando le norme più appropriate a seconda delle diverse realtà. Per questo mi pare giusta la logica dei patti per la sicurezza».
Sergio Cofferati: «Più sono efficaci gli strumenti governativi e meglio è per tutti. Credo sarebbe importante dare impulso a disegni di legge presentati al Parlamento su funzioni e ruoli dei sindaci. Penso per esempio al ddl dell’ex sindaco di Modena, Giuliano Barbolini, che prevede una struttura di azioni relative alla sicurezza. Se invece non si farà nulla, faremo ciò che abbiamo fatto sin qui: continueremo ad agire negli spazi consentiti dalle leggi».
Prodi ha detto: non avrei cominciato dai lavavetri.
Cofferati: «Non si fissano graduatorie. Si comincia dove c’è l’emergenza. Noi abbiamo affrontato il problema dei lavavetri nel 2005 con strumenti ordinari. E ha funzionato».
Domenici: «Per me Prodi voleva dire che il problema non è riducibile solo ai lavavetri».
Quali sono per voi le priorità?
Domenici: «Due esempi, la prostituzione e i writers. Credo che i sindaci debbano essere concreti. Parto da un’esperienza. Un anno fa la polizia municipale sorprende uno che scrive sui muri, gli sequestra la bomboletta e la denuncia va in procura. Ma non c’è la querela del proprietario del muro. Il procedimento si arena. La bomboletta viene restituita al ragazzo. E’ un esempio limite, ma vuol dire che devo avere la procedibilità d’ufficio ed equiparare quel tipo di scritta, per esempio, al reato di danneggiamento. Devo concedere al Comune la possibilità di fare querela di parte. Sulla prostituzione il problema è molto più complesso. Concordo con chi dice che bisogna sanzionare la clientela. Ma anche qui ci vuole una copertura normativa».
Cofferati: «Ora a Bologna puntiamo a contrastare chi imbratta i muri e i portici della città. Quanto alla prostituzione, è una condizione da contrastare, per questa ragione considero inefficace la proposta del mio assessore Libero Mancuso di creare zone a luci rosse a rotazione. Poi il tema è oggi molto più difficile da affrontare. Un tempo c’era lo sfruttatore che controllava e minacciava le ragazze. E spezzare questo legame era semplice. Oggi, con le prostitute di origine straniera, la catena è molto più lunga e le ragazze temono la minaccia alle famiglie nel luogo d’origine».
Come spiegate tutto questo clamore, specie a sinistra, sull’ordinanza dei lavavetri?
Domenici: «Rifondazione ci contesta. Dice: ma come, due mesi fa, nel consiglio comunale sulla sicurezza, non ci avete detto che c’era il problema. Ma se nell’ultimo mese osserviamo l’aumento di un certo tipo di presenza agli incroci, se notiamo una suddivisione del territorio che non c’era, se aumentano le denunce dei cittadini, che dobbiamo fare? Interveniamo come possiamo, con un’ordinanza urgente. La logica non è: ti mando in galera se fai il lavavetri lì, ti denuncio se non rispetti l’ordinanza. Se ci limitiamo alle multe, l’efficacia del provvedimento è zero. Mi rendo conto della precarietà, sotto certi aspetti anche della fragilità di questo provvedimento. Che intanto scade il 31 ottobre».
Cofferati: «Il problema, come quello più generale della sicurezza, non è né di destra né di sinistra. Mentre le azioni per contrastarlo possono essere molto differenti. C’è clamore perché una parte di sinistra considera la condizione materiale di chi viola le regole condizione sufficiente per giustificare un comportamento illegale. Dicono: via, poveretto... Io dico che non può essere così».
Tra le parole d’ordine della sinistra ora c’è il foglio di via. Ne ha parlato a Bologna l’assessore Libero Mancuso; e il presidente di Legacoop Gianpiero Calzolari dice che ha ragione Fini, che invoca fogli di via e idranti.
Domenici: Sorride: «Idranti non sui lavavetri, immagino. Sul foglio di via penso che tra gli adeguamenti normativi di cui abbiamo bisogno c’è quello che riguarda le polizie municipali. In concreto: oggi un vigile urbano non ha la possibilità di accompagnare al Cpt o di allontanare dal territorio una persona irregolare. Certo, non posso pensare, con il foglio di via, di scaricare il mio problema sul comune vicino. Anche da questo punto di vista abbiamo bisogno di chiarire meglio le funzioni e il ruolo delle polizie municipali e i poteri dei sindaci».
Può spiegare meglio?
Domenici: «Non sono contrario a interventi di polizia giudiziaria. Giusto che anche i sindaci, in casi limitati, possano fare ricorso a provvedimenti per allontanare dal territorio alcune presenze indesiderate. Norme precise devono garantire, a italiani e stranieri, che naturalmente siano rispettati i diritti fondamentali della persona. Il foglio di via può anche andare bene. Se posso farlo come la questura, allora ho un problema: bisogna indicare i casi in cui la polizia municipale può intervenire con poteri analoghi a quelli delle forze dell’ordine. Se è un foglio di via comunale, devo stare molto attento, devo indicare i problemi specifici. Se colpisco una persona singola può avere un senso. Se mi metto a intervenire su prostitute, lavavetri e abusivi, non è che li posso mandare a Sesto Fiorentino».
Cofferati: «Che ai sindaci e alla polizia municipale possano essere assegnate funzioni di polizia giudiziaria è, in determinate situazioni, di qualche utilità. Parlo però di pochissimi compiti, definiti con molta precisione, per non cambiare la natura al ruolo dei sindaci. In alcune circostanze che rientrano nell’ambito dell’operatività di un’amministrazione, ora molto viene gestito con la prassi del confronto. Per esempio con i tavoli sulla sicurezza, ma senza obblighi. Se poi non si trova una convergenza, ci sono decisioni che vengono sottratte alla competenza dei sindaci».
Insomma, volete essere sindaci sempre più sceriffi?
Cofferati: «Riprendo ciò che ha detto di recente il giornalista Gianni Riotta: ma una volta, quando eravamo piccoli, gli sceriffi non erano i buoni? E anche quando mi paragonano a Tex Willer, ricordo che Tex è amico degli indiani».
Si ha l’impressione che questi interventi dei sindaci denuncino una lacuna del governo. Le città sono cambiate, voi sembrate capirlo, altri no.
Domenici: «Questo problema della sicurezza non si discute da oggi. E’ ben curioso. Abbiamo avuto prima un governo di centrosinistra, poi uno di centrodestra che non ha fatto cose straordinarie, altrimenti non saremmo in questa situazione. Il sindaco è una figura eletta direttamente che, al di là degli strumenti, ha un ruolo istituzionale tale da poter poi dire a un certo punto: non siamo più d’accordo, me ne vado, si torna dai cittadini per sentire chi ha ragione. Lo dico in maniera rozza ma questa è la logica. Nel sistema nazionale non è così. Forse una parte della nostra classe politica non ha la percezione dei problemi, perché è chiusa in un teatrino che la porta lontano. Ma non è possibile che siano tutti così, non ci credo. O partiamo dal presupposto che abbiamo mille parlamentari rincretiniti oppure vuol dire che c’è qualcosa che non funziona».
In che senso?
Domenici: «Vuol dire che questa è una democrazia che non decide, che non riesce ad avere i tempi di cui oggi ha bisogno la società, che molto spesso si trova a non applicare coerentemente le decisioni prese. Anche perché magari diventa prigioniera del condizionamento politico di una forza di minoranza. Torna il problema della frammentazione, il problema di avere continuità nell’azione di governo».
Cofferati: «Il problema, comunque, non è solo delle grandi città, ma anche dei centri medio piccoli, che soffrono di problemi analoghi. E in generale, è certo che chi sta più vicino alla gente, come il sindaco, è chiamato ad affrontare i problemi a volte prima di quanto non faccia il legislatore nazionale. C’è poi un tema politico specifico da affrontare: la coerenza nell’azione della coalizione. Se c’è un programma comune, al di là del punto di mediazione, siamo tutti impegnati a difenderne la conclusione. Il problema della coalizione è questo».
Non vi sentite un po’ mosche bianche a sinistra?
Cofferati:«No, non mi sento tale. Se di mestiere fai il sindaco, fai ogni giorno i conti con problemi spesso inediti, diversi da quelli che hanno avuto i tuoi predecessori. A quel punto ci metti la tua cultura politica e la tua faccia. C’è una precisa assunzione di responsabilità. Diffido molto di chi non decide e non si assume le proprie responsabilità».
Ma la sinistra radicale vi attacca ogni giorno.
Cofferati: «Vedo che non si riesce a eliminare un vecchio vizio della sinistra: il ‘benoltrismo’ e il ‘benaltrismo’. Dicono: bisogna andare ben oltre e il problema è ben altro. No. Quando un situazione oggettiva ti si pone davanti la devi affrontare. Mi preoccupa moltissimo che, in politica, ci sia chi insiste con i vecchi vizi, arrivando a volte a negare l’evidenza dei fatti. Non è che se hai problemi enormi sullo sfondo non affronti quelli piccoli. La sicurezza è un fondamentale diritto di cittadinanza. Ripeto, non è né di destra né di sinistra».
Su questo, a Bologna, lei ha aperto un dialogo con An.
Cofferati: «Ci confrontiamo su quali possono essere le cose da fare insieme. Sono contento di quel confronto. E’ un elemento della politica possibile, al di là dei risultati che ne verranno. Ribadisco l’idea che, su alcuni temi, si possa pensare di realizzare convergenze anche fra schieramenti diversi».
Cofferati come Sarkozy.
Cofferati: Ride: «Il Sarkozy di Corticella...».
Come ha reagito Firenze al provvedimento sui lavavetri?
Domenici: «Devo dire che quando si riprendono queste iniziative sento un consenso diffuso. Quanto alla sinistra, riprendo un ragionamento che faceva Cofferati. Diciamo la verità, qui c’è un punto serio. Non ho mai nascosto di avere cominciato a fare politica quando andavo a scuola, in modo un po’ estremista all’inizio e poi, da diciott’anni, aderendo alla federazione giovanile comunista. E la posizione fondamentale che ci veniva insegnata era il rispetto del principio di legalità. Non ci dicevano che se uno sta male o sotto una certa soglia di reddito, allora gli si può anche consentire di non rispettare il principio di legalità. Questo è il punto fondamentale e concettuale. Se mi si dice chi è più di sinistra, bah, non lo so. Io ho imparato questo, a sinistra. O ho capito male io, o è cambiato qualcosa dopo. Una mosca bianca? Certo, se nella mia città facessi soltanto questo, allora... Ma quando da molte parti d’Italia vengono a Firenze a vedere i centri di alfabetizzazione per i figli degli immigrati — esperienza pilota, continueremo a farli se il governo non ci toglie molti soldi — evidentemente una qualche ragione c’è. Anche per il Social forum europeo hanno scelto Firenze».
Cofferati, lei ipotizzò un racket dietro i lavavetri. La accusarono di esagerare.
Cofferati: «Guardi che tra i racket miserevoli ci sono molti intrecci possibili. Chi organizzava i lavavetri spesso aveva anche altre forme di organizzazione. Guai a farsi abbagliare dal fatto che un fenomeno è circoscritto a qualche attività. Dietro, ci sono organizzazioni robuste. E, in ogni caso, il racket va combattuto sempre».
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