IL «POPOLO DI GRILLO». La generazione Internet. Ma non solo. Soprattutto l’urlo di cittadini, da Aosta a Reggio Calabria, stanchi di essere presi in giro, usati, spremuti. Centinaia di migliaia di firme contro i politici corrotti, i parlamentari condannati, i professionisti della politica. Un’ondata di malessere, di delusione, di tradimento delle promesse di cambiamento, che si materializza nelle cifre record di vendita (800 mila in pochi mesi) del libro «La casta», sui costi della politica e gli scandalosi privilegi dei suoi occupanti a vita. Ma anche nei fischi a Prodi ai funerali di Pavarotti, in una città «rossa» come Modena. Così come fa impressione la piazza di Bologna, stracolma come non mai. Perchè questa è la terra della sinistra per definizione e numeri elettorali, per capacità di controllo dei galoppini di partito. E culla del Partito democratico che nasceva per recuperare la società civile, farla diventare protagonista nelle scelte di programma e di leadership. Sappiamo invece che hanno già vinto gli apparati, i burocratini di partito, le solite nomenclature che continuano a scambiarsi poltrone e poltroncine.
A Roma e in periferia. Le piazze e le firme sono più di un segnale, sono uno stato d’animo «contro» e principale bersaglio è chi è oggi al potere, al governo, in maggioranza. Ci saranno pure aspetti di antipolitica, di demagogia e strumentalizzazione. Ma sarebbe grave errore demonizzare questo «popolo di Grillo», specialmente se le invettive del comico genovese non si tradurranno - come lui stesso assicura - in un ennesimo partito pronto a scendere in campo elettorale. Oppure ignorare, come finora hanno fatto i big della politica, salvo rare eccezioni. Perchè questa cittadinanza, e soprattutto i giovani nati alla politica sul web, dicono con Grillo una cosa semplice e perciò straordinaria: «La politica dobbiamo farla noi un pochino tutti i giorni». Cacciare i politici condannati in via definitiva che siedono in Parlamento (25 in questa legislatura) e affermare che dopo due legislature (alla Camera come nei consigli regionali e comunali) si va a casa, è un primo sacrosanto passo per rinnovare la politica, abbatterne i costi, ridurne i privilegi. E far crescere la partecipazione dei cittadini. Nei Paesi normali è normale.
Qui è rivoluzionario.
di Pierluigi Visci
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