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Esteri

INFERNO NELL'EX BIRMANIA / ORA PER ORA

"Rangoon, i morti sono decine"
Caccia ai giornalisti, web oscurato
Blitz nei monasteri e nuove cariche

Il bilancio sarebbe molto più alto dei dieci morti ammessi dal regime. Oggi, per la prima volta da un mese e mezzo,  nelle strade ci sono solo soldati armati fino ai denti. Fanno il giro del mondo le foto del reporter giapponese ucciso. Manifestazioni di solidarietà in tutto il mondo che si veste di rosso per ricordare il colore della protesta birmana Commenta

myanmar: la polizia carica i monaci RANGOON, 28 settembre 2007 - "I monaci hanno fatto il loro lavoro. Adesso bisogna proseguire con il movimento", ha detto uno dei giovani leader studenteschi da Yangon. «Questo è un movimento non violento», ha gridato mentre i dimostranti tentavano di avanzare verso la pagoda di Sule, uno dei punti focali della protesta contro la giunta militare birmana.

 


I monaci sono assediati. Il regime ha intensificato la repressione contro i sacerdoti buddhisti con arresti e pestaggiti, Così l'iniziativa - come nell'88 - è stata rilevata dagli studenti.
Ma proprio la repressione contro i monaci avrebbe creato, stando a quanto riferisce 'Mizzima', il sito internet dell'opposizione birmana in esilio, una spaccatura tra il capo della giunta militare, Than Shwe, e il suo vice, generale Maung Aye, che è contrario all'uso della forza contro i religiosi.
Dopo Yangon le forze di sicurezza birmane hanno esteso la controffensiva anche a Mandalay, la seconda città del Paese, dove hanno caricato i dimostranti e sparato colpi di avvertimento. Giovani in sella a motociclette sono transitati lungo la strada principale del centro per dirigere verso un posto di blocco: stando a quanto riferito da testimoni, i militari hanno sparato salve di proiettili di gomma, mentre altri soldati si sarebbero rifiutati di aprire il fuoco.

 

Nel frattempo, la Thailandia ha annunciato di  aver dato disposizioni per avere gli aerei pronti per evacuare gli stranieri, se la situazione in Birmania dovesse peggiorare.
Il regime sembra che abbia oscurato anche internet per impedire ogni contatto con il mondo esterno. «Siamo isolati», è riuscito a dire all'Agi un cooperante italiano che per pochi minuti ha avuto a disposizione un computer con connessione satellitare in un ufficio dell'Onu nell'ex capitale, «In tale isolamento il regime sta facendo pulizia di tutti i suoi nemici. Gli scontri in strada non si contano. I militari presidiano le zone nevralgiche della città e a ogni incrocio sono state posizionate mitragliatrici».
Secondo l'ambasciatore d'Australia in Birmania, Bob Davis, il bilancio degli scontri di ieri è molto più grave dei nove morti ammessi dal regime, stando a informazioni raccolte dai suoi collaboratori.
Un'altra italiana residente a Yangon, che è riuscita a mettersi in contatto con l'Agi, ha riferito che nemmeno i sobborghi sono risparmiati dalla repressione: «I militari occupano i villaggi e procedono a reclutamenti forzati tra i più poveri».
Secondo quanto riferito da 'Mizzina', unità dell'Esercito regolare stanno dirigendo verso Yangon dalle regioni centrali e sudorientali.

 

L'esercito ha condotto raid in almeno due monasteri buddisti la notte scorsa nell'area della ex capitale Yangon (Rangoon), riferisce oggi la radio Voce Democratica della Birmania, che trasmette da Oslo. L'emittente non ha potuto stabilire quanti monaci siano stati arrestati, ma ha riferito che una scuola presso il carcere di Insein è stata trasformata in centro di detenzione per circa 300 bonzi.

«L'esercito ha chiesto ai monaci prigionieri di togliersi le tonache, ma loro hanno rifiutato», ha raccontato il direttore dell'emittente, Moe Aye. Gli arresti dei monaci, iniziati nella notte fra mercoledì e giovedì, hanno provocato molta rabbia fra la popolazione.

La tensione è fortissima nell'abitato di Okkalapa sud, alla periferia di Yangon, dove già ieri mattina la folla aveva preso a sassate i militari che avevano fatto irruzione nel monastero locale. In serata la popolazione ha nuovamente circondato i militari che presidiavano il monastero, ma si è poi dispersa in seguito ad una sorta di accordo con le autorità. L'esercito sarebbe poi tornato, riferisce la radio, arrestando numerosi giovani uomini di Okkalapa sud.

 

BOLLETTINO DI GUERRA

 Il bilancio delle vittime della sanguinosa repressione contro i manifestanti per la democrazia nel Myanmar, scatenata dal regime per porre fine a cinque settimane di proteste, sarebbe in realtà assai più elevato rispetto alle cifre ufficiali: lo ha denunciato l'ambasciatore d'Australia nell'ex Birmania, Bob Davis, intervistato dall'emittente radofonica pubblica 'Abc'.

 

Secondo la giunta militare birmana, i morti ammonterebbero complessivamente a dieci, ma a detta del diplomatico di Canberra testimoni oculari avrebbero riferito ad alcuni suoi collaboratori di aver visto «rimuovere ieri dal teatro delle manifestazioni nel centro di Yangon un numero di cadaveri significativamente superiore» a quello reso noto dal regime. Il computo reale, ha aggiunto Davis, sarebbe «parecchie volte il multiplo» delle dieci persone uccise «riconosciute dalle autorità».

 

CACCIA AI GIORNALISTI

Un testimone ha assistito alla scena dell'uccisione del reporter giapponese dall'alto di un hotel e racconta che il giornalista è stato ferito durante gli scontri e trascinato via e caricato su un veicolo militare. Nagai è poi deceduto in seguito a ferite da arma da fuoco.

 
Piu' che dei cortei di protesta dei monaci e della popolazione, il regime di Yangon ha paura dei media: da sempre la giunta militare combatte la stampa, imbavagliandola e negando quasi sempre il visto agli operatori stranieri. I militari cercano con ogni mezzo di impedire che le notizie sul massacroo escano dal paese.

Molti blog sono stati oscurati e diverse linee di cellulari sono state tagliate, rendendo sempre piu' difficile la diffusione via internet di quelle immagini che nei giorni scorsi hanno fatto il giro del mondo.

In più il regime ha scatenato la caccia ai giornalisti stranieri: due reporter giapponesi, Kazuya Endo della Kyodo e Koji Hirata del Chunichi Shimbun, sono stati scortati all'aeroporto e hanno dovuto lasciare ieri il paese, mentre il brigadiere generale Kyaw Hsan, ministro dell'Informazione, ha organizzato rastrellamenti stanza per stanza negli hotel del centro di Yangon, alla ricerca di giornalisti stranieri entrati nel Myanmar con visto turistico.

 

STRADE DESERTE E PRESIDIATE

Per la prima volta dopo quasi un mese e mezzo di cortei e marce di protesta quotidiani nel Myanmar, stroncati ieri dal brutale intervento delle forze di sicurezza che ha provocato diversi morti, le strade della vecchia capitale birmana Yangon, già Rangoon, oggi apparivano per lo più deserte.

In giro, secondo i rari testimoni oculari, si potevano vedere soltanto soldati armati fino ai denti e poliziotti in assetto anti-sommossa, impegnati in pattugliamenti capillari; le poche persone in abiti civili erano in realtà agenti in borghese. Lungo tutte le principali arterie sfrecciavano rombando camion militari carichi di truppe.

 

Le vie che conducono alle principali pagode, epicentro delle manifestazioni guidate dai monaci buddhisti, erano bloccate da barricate e reticolati di filo spinato. Chiusi la maggior parte di uffici e negozi, giacchè numerose aziende hanno raccomandato ai dipendenti di non recarsi al lavoro.


Frattanto la giunta al potere nell'ex Birmania sembra aver fatto tagliare l'accesso a Internet, nell'intento d'impedire la trasmissione on line di fotografie, video e persino semplici notizie su quanto sta accadendo nel Paese asiatico, unica fonte d'informazione all'esterno. Abbassate le saracinesche di tutti i bar della città dotati di terminali, nessuna risposta al telefono dagli uffici del maggiore provider nazionale.

 

IL FRONTE DIPLOMATICO

Sul fronte diplomatico, mentre si susseguono le dimostrazioni di solidarietà nei confronti del popolo birmano (ieri a Roma manifestazione di solidarietà in Campidoglio) restano però le profonde divisioni interne alle istituzioni internazionali con Russia e Cina, entrambi membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu, contrari a infliggere sanzioni contro il governo del Myanmar (Birmania). La Cina si è tuttavia unita agli altri paesi Onu nell'appello alla moderazione rivolto alla giunta militare.


Ieri i Rappresentanti permanenti degli Stati membri della Ue (Coreper), riuniti a Bruxelles, hanno deciso di rafforzare il sistema di sanzioni già in vigore, decidendo di mandare al contempo un segnale di solidarietà ai cittadini della Birmania.
Parole forti sono giunte anche dal presidente americano Bush che ha invitato "i paesi che possono influenzare il regime affinché si uniscano a noi nel dare sostegno alle aspirazioni del popolo birmano. E intanto il ministero del Tesoro statunitense ha annunciato sanzioni economiche nei confronti di 14 alti membri del governo di Myanmar.


Il ministro degli Esteri Massimo D'Alema e il segretario di Stato di Washington Condoleezza Rice hanno trovato "piena intesa" sulla crisi in Birmania nel vertice bilaterale a porte chiuse che si è svolto al Palazzo di Vetro di New York. I capi delle due diplomazie condividono la "gravissima preoccupazione" e la convinzione che la comunità internazionale debba rimanere "focalizzata su questo punto e faccia pressioni per risolvere la situazione, che resta molto seria.


Contrarietà, infine, a quanto sta accadendo in Birmania è stata espressa anche dai paesi dell'Asean (Associazione dei paesi del sud est asiatico) i cui rappresentanti si sono incontrati a New York a margine dei lavori dell'Assemblea generale dell'Onu.

 

FOTO DEL GIORNO

Donna forzuta circo Hong Kong

Mel, donna forzuta

Mel Fyfe, donna forzuta del Circo Oz  di Melbourne, tiene in braccio sorridendo five membri della troupe durante una promozione del circo a Hong Kong