L'agente del Sismi rimasto lievemente ferito è stato interrogato dal procuratore aggiunto di Roma, Franco Ionta, nell'ospedale del Celio. Non è riuscito a chiarire le circostanze in cui lui e il collega sono stati colpiti
Roma, 28 settembre 2007 - ''Quando ci hanno preso abbiamo spiegato ai nostri rapitori che avevamo dei soldi, glieli abbiamo offerti per rilasciarci ma loro ci hanno risposto che non era il denaro che gli interessava''. A riferirlo è lo 007 italiano rimasto lievemente ferito in Afghanistan nel corso dell'interrogatorio condotto dal procuratore aggiunto di Roma Franco Ionta nell'ospedale del Celio nella capitale.
Non è stato invece ascoltato dal magistrato il cittadino afgano, un interprete, arrivato in Italia insieme con l'agente del Sismi. Le sue condizioni di salute, l'uomo era rimasto ferito nella sparatoria, non lo hanno consentito. Il collega di Lorenzo D'Auria (l'agente segreto ferito più gravemente e tenuto in vita grazie ad un respiratore artificiale) avrebbe detto inoltre di non essere in grado di riferire in merito alle modalità del blitz della forza militare italiana-inglese, poiché durante la sparatoria lui e il suo collega erano rinchiusi nel bagagliaio di un'auto ed erano incappucciati.
L'agente del Sismi, quindi, non ha potuto spiegare se sia stato raggiunto dal cosiddetto ''fuoco nemico'' come dichiarato da un portavoce della Nato in Afghanistan, o dal ''fuoco amico''. Il testimone ha inoltre raccontato che sia lui che il collega D'Auria sono stati malmenati e trattati male. Prima di finire nelle mani dei talebani i due agenti dei servizi segreti - ha raccontato ancora il militare - erano vestiti da afgani. L'ipotesi di reato formulata inizialmente dalla Procura della Repubblica di Roma, sequestro di persona con finalità di terrorismo, non sarebbe mutata.
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