Catania, 24 ottobre 2007 - Fu consegnato ai sicari dalla madre e dalla sorella per avere deciso di collaborare con la giustizia. Furono i suoi più stretti familiari a scovarlo e convincerlo ad uscire di casa per metterlo nelle mani dei killer.
Questa la ricostruzione che gli investigatori della Squadra mobile di Catania fanno della fine di Sebastiano Mazzeo, nipote del boss Santo Mazzei (i cognomi sono diversi soltanto per un errore di trascrizione all'ufficio anagrafe di Catania, ndr) capo della «famiglia» mafiosa dei Carcagnusi, assassinato a 21 anni nel 1989 con il metodo della lupara bianca.
A tradirlo, secondo gli inquirenti, furono la madre, Gaetana Conti, 57 anni, la sorella, Concetta Mazzeo, di 39: Le due donne e un uomo che ha avuto un ruolo nell'omicidio, Agatino Stefano Messina, di 53 anni, sono stati arrestati dalla polizia. La Procura aveva chiesto un provvedimento anche per i boss Santo Mazzei e Salvatore Cappello, entrambi già detenuti, in qualità di mandanti, ma il Gip ha ritenuto insufficienti le prove a loro carico.
Nella stessa inchiesta sono indagati anche due collaboratori di giustizia Salvatore Centorrino e Alfio Scalia, la cui posizione è stata stralciata. Il corpo del giovane rampollo dei Carcagnusi non è stato mai ritrovato perchè dopo il «pentimento» di Scalia la cosca lo avrebbe disseppellito e portato in un altro posto per non fare trovare riscontri alle sue dichiarazioni.
Deve proprio aver perso la testa l'innamorato - si immagina giovanissimo - che nei giardinetti di fronte a ragioneria, a Varese, ha affisso tra due pini uno striscione d'amore per festeggiare i 18 anni della sua bella