PERUGIA, 19 NOVEMBRE 2007 - TUTTI INGANNATI? Forse sì. Tutti — Mez, Raffaele, chi ne guarda ogni giorno il viso sugli schermi, sui giornali — dal chiaro di quegli occhi che sembrano disarmati, disarmanti. Quelle foto scattate ad Amanda Knox in via Sant’Antonio — solo poche ore dopo un omicidio feroce, a pochi metri dalla stanza dove il corpo di un’amica resta nudo e violato, in fiotti di sangue rappreso — farebbero pensare a un’altra storia. A un dolore e a uno stordimento che, invece, a considerarli bene, potrebbero essere solo paura. Persino i tre baci a un Raffaele che cerca di scaldarla come si fa con un cucciolo, appaiono un inganno. Anche a lui, che forse, fino a prova provata, sembrerebbe sempre più stagliarsi come un cancella-tracce, un utile aiutante per salvare la fidanzatina americana, piuttosto che un accoltellatore spietato.
CERCANO un piccolo spacciatore, ora, nella quotidiana caccia agli assassini: quel quarto uomo di cui Amanda non ha mai parlato. Mai. Un’Amanda glaciale, che non ha versato lacrime nemmeno poche ore dopo il delitto, quando invece — convocati in commissariato — tutti gli amici di Mez — erano sconvolti.
DALLA SUA bocca non è uscita una parola sullo spacciatore che pure (la Scientifica lo prova) sulla scena del delitto c’era. Una scena sulla quale non appare invece, per ora, neppure con una labile traccia, il musicista congolese: le accuse esplicite contro Patrick Lumumba arrivano solo dalle parole taglienti di Amanda, che agli inquirenti ha indicato lui come l’assassino, che infieriva anche quando Meredith urlava nello strazio.
E ora ci si chiede chi sia, davvero, questa ragazza: bella senz’anima, capace di ordire una trama assassina e non crollare mai? Sconvolta non più di tanto da quella tragedia che solo il giorno prima aveva annegato nel sangue la vita di una sua ‘compagna di casa’, se è vero che in una sorta di lettera alla madre si augurava di vederla presto solo per «poter far shopping insieme».
BELLA, senza dubbio, Amanda. Affamata di vita e di compagnie, più di una volta ‘aiutata’ dal potente disinibitore che è il fumo degli spinelli e l’alcol. Fame forte, quella della ventenne di Seattle, che non si nega nulla, a Perugia: studia, sì, ma frequenta la notte dei giovani e degli sballi, conosce e porta a casa amici che a Meredith forse piacciono poco o nulla.
DA DUE settimane è in carcere. Le è vietato incontrare le altre detenute, dato che si trova ancora in stato di semi-isolamento. Le uniche persone che vede, oltre alla sua compagna di cella italiana, sono i secondini che si alternano, il cappellano del braccio femminile, Don Saulo, e — in visita, come due giorni fa — i genitori John Kurt Knox e Edda Mellow. Una madre — che ieri ha ripreso l’aereo da Fiumicino per Seattle — con la quale Amanda si era sentita in intima, femminile competizione per diverso tempo. E della signora Mellow, maestra elementare che dopo aver divorziato dal marito si è risposata con un uomo di 12 anni più giovane, non si sa la data del rientro in Italia. A ‘vegliare’ sul destino di sua figlia resta il padre.
CONTINUA a scrivere Amanda: memorie riportate con una penna blu su un quaderno a quadretti. Le piacerebbe — dicono — passare del tempo a strimpellare la chitarra. I suoi gliel’avevano portata dagli Stati Uniti, ma le leggi del carcere non l’hanno fatta passare: lo strumento musicale preferito della Knox è rimasto appoggiato sui sedili della Panda rossa per la quale John Kurt — manager di una grande catena di uno dei più enormi magazzini statunitensi, il Macy's — spende 50 euro al giorno per il noleggio.
VOLEVA SUONARE, Amanda, forse estraniarsi. Pizzicare le corde con le dita, le stesse che hanno forse stretto con forza il manico di quel coltello sul quale ha resistito — nonostante la candeggina — una traccia di Meredih, come un’accusa muta. E non guarda la tv, nonostante il suo livello d’italiano sia tale da permetterle di comprendere anche le sfumature giornalistiche. Legge e commenta con il cappellano alcuni passi del Vangelo. Daltra parte a Seattle frequentava una scuola gesuita. E’ solo questo il modo che ha di avvicinarsi a Dio, visto che non può entrare nella cappella del carcere.
L’ORA D’ARIA la trascorre da sola. Pensa, riflette, forse ha provato un certo imbarazzo a incontrare i genitori dopo la tempesta «ma la loro — dice Don Saulo — è una presenza che l’aiuta a pensare positivo». Un enigma dagli occhi chiari.
di ENZO BERETTA E PIER PAOLO CIUFFI
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