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VISTI DALLA LUNA

E se Mastella bloccasse anche i talkshow?

No allo sceneggiato sulla mafia 'per non turbare i giudici', mentre su Novi Ligure, Cogne, Erba, Garlasco, Perugia da anni siamo bombardati di ipotesi, ricostruzioni, testimonianze. Eppure i giornalisti devono essere liberi di fare il loro mestiere, come gli autori delle fiction

Sandro Bugialli  E così il prode (non Prodi) ministro della giustiza Mastella (sempre lui) ci ha privato della possibilità di avere un’altra idea (l’ennesima, sempre la stessa) sulla mafia. Ha chiesto alla Rai e la Rai ha risposto «obiezione accolta» di non mandare in onda la fiction prevista su Raiuno, «La vita rubata».

 

Storia semplice, sempre la stessa, sempre tragica, sempre rivoltante per un paese che vuole essere civile. Fatta di una ragazza innocente che viene uccisa a colpi di lupara da alcuni manovali del crimine nelle campagne di Messina, di un fratello carabiniere che non si dà per vinto e indaga per anni, di un boss che viene condannato all’ergastolo ma che non va a finire in galera per una «disattenzione» dei giudici sui termini del deposito della sentenza. E che usufruisce, per altri reati, dell’indulto caldeggiato dal Nostro Ministro.

 


La storia è fatta (cronaca di ora) di una corte d’appello (di Messina) che si deve nuovamente riunire per giudicare sempre il solito boss (Gerlando Alberti junior, nipote di Gerlando Alberti, un nome una garanzia) e di uno scrupolo che più scrupolo non si può. Il presidente della Corte scrive a Mastella e Mastella fa il portalettere recapitando la lettera al direttore generale della Rai: quella fiction non deve andare in onda perché potrebbe influenzare i giudici popolari che si riuniscono in udienza per il processo a partire dal 13 dicembre. E la fiction non va in onda.

 


La prima domanda che sorge spontanea è se noi, poveri italiani rispettosi del vivere civile, delle leggi, delle tasse da pagare, abitiamo in una paese normale. Risposta facile facile: No. Viviamo in un paese in cui è lecito fare tutto e il contrario di tutto. Un paese dove è possibile uccidere e rimanere fuori, dove si ruba un etto di prosciutto e si va a finire dentro. Dove chi ruba è bravo e chi paga le tasse è uno stupido. Una domanda e una risposta che ci sovrastano, ci schiacciano, ci tolgono il fiato. E che avrebbero bisogno di tanto altro tempo per un approfondimento.

 


La seconda domanda che ci poniamo per sdrammatizzare un po’ la situazione e per sentirsi meno amareggiati è questa: quand’è che il ministro Mastella scriverà a Bruno Vespa («Porta a Porta») e a Enrico Mentana («Matrix») per impedirgli di fare trasmissioni su Novi Ligure, Cogne, Erba, Garlasco, Perugia ecc, ecc, ecc?

 

Da anni siamo bombardati da domande, risposte, riflessioni, congetture, ipotesi, approfondimenti generici e apparentemente acuti, plastici e ricostruzioni, difese e accuse (in studio, su poltroncine bianche). Tutti lì a fare nomi, cognomi, indirizzi, colpevole sì, colpevole no, ora vediamo. Ma come in questo caso magistrati e giudici di primo grado, di secondo, della Cassazione ecc, ecc (fino alla sentenza definitiva) non rischiano di essere influenzati da ore e ore di bla bla, bla bla, bla bla?

 


Terza domanda, la più inquietante, non certo per noi. Se Mastella chiedesse a Rai e Mediaset di sospendere i talk show sui processi in corso e ben lontani dalla sentenza definitiva, con cosa Vespa e Mentana riempirebbero le loro serate non potendo ammannirci sempre e comunque i loro cari politici? E ancora, che fine farebbe quella compagnia di giro (psicanalisti, criminologi, giudici, maitre e maitresse à penser, detective, avvocati) che una sera sì e una sera no tengono alta l’audience coi loro profondi pensieri sulle scene più drammatiche e agghiaccianti di delitti vari?

 


Prode Mastella, per favore, non recapiti lettere e non si metta a fare palinsesti televisivi. I giornalisti devono essere liberi di fare il loro mestiere così come gli autori delle fiction. Magari, visto che è ministro della giustizia, può controllare che anche i giudici facciano il loro senza chiedere censure e depositando per tempo le motivazioni di una sentenza.

di Sandro Bugialli

 

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