C’È QUALCOSA che non torna (o forse torna moltissimo) in questo ritorno di fiamma del dibattito sull’aborto. Qualcosa che ha ben poco a che vedere con le parole del Papa che hanno il pregio, evidente a tutti, almeno della coerenza con l’Apostolato della Chiesa in materia di difesa della vita. Ma molto, moltissimo a che vedere con il già ardente clima politico da campagna elettorale. Il problema non ci sembra proprio il Papa, che dice quel che il Papa, qualsiasi Papa, da sempre, vuole e deve dire, ma i papisti di seconda mano che s’infilano nella mischia del confronto tra scienza, fede e diritti civili, con il palese e, in certi casi pure dichiarato, obiettivo di scompaginare il confronto politico in vista delle urne ormai alle porte.
Nell’interminabile stagione della politica brutalmente opportunista, l’ingenuità e il candore lealista dei grandi ideali non sono ammessi. E, dunque, è lecito chiedersi cosa abbia in mente chi tenta con tutte le sue forze di trascinare il Paese in uno scontro dai toni fondamentalisti proprio quando, sinistra e destra o, se preferite, centrosinistra e centrodestra, su un punto almeno sono d’accordo: l’esigenza forte di una pacificazione che consenta all’Italia di dotarsi di un nuovo, moderno e più efficiente impianto di democrazia istituzionale.
PUR SAPENDO di fare peccato fino in fondo, come si fa a non pensare male quando, per esempio, irrompono sulla scena scienziati di un’università, come La Sapienza di Roma, che il caso vuole sia stata al centro poche settimane fa del più grave incidente diplomatico tra Stato e Vaticano dal dopoguerra a oggi? Come si fa a non pensare male, ovvero di quanto strumentalizzato sia il delicato tema dell’aborto, quando soggetti ambiziosi di dominare e comunque condizionare da fuori la scena politica, invitano espressamente le anime cattoliche dei due schieramenti a rompere le righe delle attuali appartenenze? Chi fa questo, in questo momento, con il Paese piantato in ben altre emergenze, ha in mente l’alta e nobile battaglia antiabortista o, piuttosto, la bassa pratica del pasdaran che vuole sconvolgere un quadro già fin troppo frammentato e precario? Le domande, a scanso di equivoci, sono ovviamente retoriche.
di Giuseppe Mascambruno
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