PER QUANTO il Paese sia segnato dalla delusione, se non dalla ripulsa, tentato dall’antipolitica-caterpillar che vorrebbe cancellare tutto e tutti, e comunque provato dall’inefficacia delle ultime prestazioni di governo, sarebbe sbagliato, prima che ingiusto, non cogliere in questa campagna elettorale appena avviata i segnali sostanziali di un rinnovamento della scena che restituisce qualcosa di più di un filo di speranza.
Veltroni prima, con il Pd e con la dichiarata volontà di correre da solo, Berlusconi poi, con la lista unica del Pdl condivisa con Fini e federata con Bossi — ma solo dove la Lega Nord ha i numeri per affermarsi — hanno dato una risposta concreta e indubbiamente coraggiosa alla domanda di nuovo che sale da un corpo elettorale sempre più affrancato dalle servitù di parte e sempre meno disponibile alle cambiali in bianco.
Nelle mosse dei due leader di riferimento c’è il valore di un’accelerazione, impensabile fino a due settimane fa, della volontà di semplificazione del quadro politico che anticipa con gli interessi uno degli obiettivi del referendum rinviato alla primavera del prossimo anno.
C’è chi ha opportunamente osservato che, pur in attesa delle ultime messe a punto, già alla data odierna, l’offerta di formazioni politiche si è sostanzialmente ridotta sua sponte a un numero che riporta l’Italia al livello delle più mature e moderne democrazie occidentali.
E questo è un gran passo. Ora si tratta di non rendere il successivo cammino di nuovo incerto o, peggio, azzoppato da chi non ci sta a perdere le posizioni di rendita e di potere finora assicurate dalla frammentazione del sistema. Il coraggio in politica è una virtù che può riservare grandi soddisfazioni se si spinge fino al traguardo finale.
Che in questo momento è rappresentato dalla capacità, non solo estetica o puramente semantica, di interpretare davvero la domanda di nuovo. La partita, dunque, ben avviata dalla riduzione della quantità dei partiti, si gioca adesso sulla qualità delle candidature. Gli elettori si attendono molto su questo terreno, visto che, almeno per un altro giro, non avranno la possibilità di scegliere.
La scommessa decisiva, nello stile della «rupture» cara a Sarkozy, leader preso a esempio bipartisan in casa nostra, è tutta nella capacità di presentare volti nuovi e affidabili associati a programmi essenziali e credibili. Se questo non dovesse accadere, il «nuovo» tornerebbe mestamente nel corposo registro delle occasioni perse.
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