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IL COMMENTO

Candidare un ex terrorista è un'offesa alle vittime

E' giusto che la persona D’Elia viva una vita normale, avendo pagato i propri debiti con la giustizia. Ma ai vertici delle istituzioni bisognerebbe portare i figli delle vittime che continuano ad aspettare dallo Stato un risposta seria... di Gabriele Canè Commenta

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Gabriele canè Bologna, 22 febbraio 2008 - E’ il prezzo che si paga quando si ha a che fare con i radicali. Che costano molto, e rendono pochino. Così capita che ad allearsi con loro imbarchi un pugno di voti, e un sacco di rogne. Imbarchi la Bonino, e male non va. Anzi. Ma nella rete a strascico, oltre al pesce buono, quello che sta nascosto sul fondo, ti trovi anche i D’Elia. Con tutto il rispetto, ovviamente, per un signore che ha sbagliato e pagato.

 

Conclusione. Veltroni aveva promesso di essere cavaliere solitario in questa galoppata verso il nuovo, e invece a forza di dare passaggi ai viandanti, si ritrova con Di Pietro che vuole radere al suolo Mediaset (alla faccia della campagna elettorale dai toni bassi) e il pacco dono dei candidati radicali, tra cui il contestatissimo D’Elia, noto per essere attualmente segretario di presidenza della Camera, e in passato esponente di Prima Linea. Un ex terrorista, insomma, tanto per non lasciare dubbi a chi non ha vissuto quegli anni cupi. I radicali lo vogliono ricandidare, Veltroni, a quanto pare, dice no.

 

Noi, per quello che ci riguarda, diciamo che tra i partiti vecchi e nuovi, tra i leader di rottura e quelli che hanno già rotto, dovrebbe incominciare a circolare un po’ di buon senso. Per cui è bene non candidare chi ha subito una condanna. E’ meglio non presentare chi ha guai con la giustizia. E’ opportuno evitare commistioni tra aule dei tribunali e aula di Montecitorio.

 

Ma soprattutto è assolutamente impensabile portare in Parlamento, dunque ai vertici dello Stato, chi ha combattuto quello Stato con la pistola in pugno, lasciando dietro di sé una scia di sangue. Dice D’Elia: io sono una persona, non un caso. Giusto. Ma erano persone anche le decine di italiani perbene ammazzati dai terroristi negli anni di piombo. Loro sono morti, e i loro figli sono cresciuti tra mille difficoltà. Anche loro sono persone. Ancora segnate, ferite.

 

Quindi, è giusto che la persona D’Elia viva una vita normale, avendo pagato i propri debiti. Ma senza che diventi normale sedere ai vertici delle istituzioni. Lì, qualche partito, compresi i radicali, dovrebbe portare i figli delle vittime dei D’Elia, quelli che trent’anni dopo aver sepolto i propri genitori continuano ad aspettare che lo Stato dia una risposta seria. Considerando normale premiare le vittime, e non i carnefici.

di Gabriele Cane'

 

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