FIRENZE — UNO DEI RIMEDI più efficaci al male di vivere è una scossa elettrica a 220 volts. Ne sono convinti i cosiddetti psichiatri dalla «mano pesante». Una cordata che, guidata dal professor Giovan Battista Cassano (nella foto Ap) — ordinario di Psichiatria all’Università di Pisa e medico di fama mondiale — non ha mai demonizzato l’uso dell’elettroshock, tanto da arrivare a chiedere al ministro Livia Turco, di rendere disponibile almeno un servizio per la terapia elettroconvulsivante in tutte le regioni italiane. Una richiesta che, a pochi mesi dal trentesimo compleanno della legge Basaglia, torna a far discutere sui metodi adottati in Italia nella cura delle malattie mentali. Primo fra tutti, quello basato appunto sull’induzione di convulsioni nel paziente con il passaggio di una corrente elettrica attraverso il cervello. Tecnica questa che, introdotta negli anni ’30 dai neurologi Ugo Cerletti e Lucio Bini, è stata condannata da Basaglia trent’anni dopo.
Professor Cassano, perché l’elettroshock fa così paura?
«E’ un antico pregiudizio, probabilmente legato al nome. Ma è tutt’altro che uno strumento di tortura. Senza l’elettrostimolazione del cervello e gli psicofarmaci dovremmo infatti riaprire i manicomi».
Perché, allora, questo annoso braccio di ferro tra sostenitori e avversari?
«Il problema di base è che sin dall’inizio se n’è fatto un uso di massa, senza una legge che ne disciplinasse l’impiego. Ma se l’elettroshock ha superato l’esame della Comunità europea, del Consiglio superiore di sanità e delle commissioni mediche e bioetiche qualcosa vorrà significare».
Che cosa vuol dire essere sottoposti all’elettroshock?
«Dopo l’anestesia generale si applicano un paio di elettrodi sui lobi frontali. La corrente elettrica che passa agisce favorendo la liberazione di sostanze antidepressive nell’organismo, come la serotonina. Così si ha un miglioramento del tono dell’umore, risolvendo, nei casi più gravi, il fenomeno della resistenza ai farmaci».
In Italia, al momento, quanti servizi per la Tec sono disponibili?
«Sei strutture del Servizio sanitario nazionale: a Pisa, Brunico, Brassanone, Cagliari, Oristano, Brescia, alle quali si aggiungono altre strutture private a Bologna, Roma e Verona. Un impiego limitato se si considera la disponibilità negli altri paesi europei: in Germania sono presenti 159 strutture per la Tec, 35 in Olanda, 65 in Svezia, 44 in Norvegia e 16 in Gran Bretagna».
Elettroshock a parte, com’è l’assistenza psichiatrica in Italia?
«Manca l’aspetto intermedio dell’assistenza. Quello tolto circa trent’anni fa dalla legge Basaglia».
Vale a dire?
«Professionisti validi ce ne sono, strutture pure, ma al massimo per curare la fase acuta della malattia. I cosiddetti Spdc (Servizi psichiatrici di diagnosi e cura). Poi, però, il malato viene dimesso e lasciato alla sua capacità di autocontrollo e autogestione. O a quella dei suoi parenti. Con la probabilità, elevata, di una ricaduta».
Mandare in pensione i manicomi è stato quindi un diktat poco azzeccato?
«Sono stato uno dei più forti oppositori alla chiusura dei manicomi. In ogni caso, ormai sarebbe inutile riaprirli. Più che altro doveva avvenire un cambiamento graduale. Consentendo agli addetti ai lavori e alle troppe persone interessate da questi problemi di potersi adeguare al mutamento sociale, e organizzarsi. Questo processo veloce e irrispettoso dei disagi altrui, ha spesso innescato tragedie nelle tragedie».
Alla luce dei fatti, cosa sarebbe opportuno fare?
«Servono forme alternative alle vecchie strutture di ricovero a lungo termine. I malati di mente patologici oggi non hanno scelta, e rimangono sulle spalle delle famiglie. Ma gestire una persona con disturbi gravi e recidivi non è uno scherzo».
Quali sono le novità dal punto di vista farmacologico?
«La farmacoterapia sta vivendo un momento di stallo, con fallimenti di farmaci nuovi e un discusso, ma inevitabile, ritorno ai vecchi. Tanto che negli ultimi dieci, quindivi anni non si può parlare di innovazione. Qualcosa deve assolutamente cambiare».
di FEDERICA CAPPELLETTI
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