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LA SVOLTA NEL GIALLO DI GRAVINA

Il papà: "Cercati ovunque. Perché non lì?"

Filippo Pappalardi, in carcere per il delitto, si sfoga: "Adesso capiranno che non sono stato io". A incastrarlo verbali e intercettazioni: "Non dite dove stanno i bambini"

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Filippo Pappalardi con la foto dei figli GRAVINA DI PUGLIA (Bari), 27 febbraio 2008 - «PERCHÉ non li hanno mai cercati in quella casa?». La domanda ad alta voce di Filippo Pappalardi riecheggia nella cella della sezione detenuti protetti del carcere di Velletri, dove è rinchiuso da una settimana, dopo quasi tre mesi trascorsi in quello di Bari.

Il questore Vincenzo Speranza, che solo recentemente è stato trasferito da Reggio Calabria e non ha preso parte alle fasi cruciali dell’inchiesta, sostiene che le ricerche sono state fatte anche lì, «ma era impossibile trovarli, perché nessuno poteva immaginare che nel sottosuolo di quella vecchia costruzione potesse esserci una stanza tanto grande».

 

Chi abita nei dintorni lo smentisce. «Qui non è mai venuto nessuno cercare Ciccio e Tore».
Tanto la procura barese pare in affanno, nel puntellare il castello accusatorio nei confronti di un padre incolpato dell’uccisione dei suoi figli, nel modo barbaro che solo il ritrovamento dei pietosi resti dei bambini ha evidenziato, tanto più Pappalardi ribadisce la propria estraneità. E aleggia il dubbio che la vicenda di Gravina possa fare una terza vittima.

«MI DISPIACE che siano morti», ha detto il padre dei fratellini ai due parlamentari che ieri sono andati a trovarlo in prigione. «Adesso capiranno che non sono stato io. L’ho sempre detto che non c’entravo nulla. Mi affido alla giustizia, perché sono convinto che la verità verrà a galla». Nella cella che divide con un altro detenuto Filippo Pappalardi ha le foto dei due figli incorniciate.


OLTRE ai dubbi sono le tante ombre di un’inchiesta difficile. Prima l’attenzione focalizzata sulla madre, Rosa Carlucci, alla quale il tribunale dei minori aveva tolto Ciccio e Tore, per una vicenda di pedofilia che vedeva coinvolto il suo attuale convivente, poi ha iniziato a convergere sul padre, che nelle prime battute si era prodigato nelle ricerche. Più cercavano i bambini, più si allontanavano dal luogo dove 20 mesi più tardi sono stati ritrovati. Si sono spinti fino in Romania il pm Antonino Lupo e la Squadra mobile di Bari.

 

Pappalardi, autotrasportatore di 41 anni, è stato ritenuto autore del duplice delitto anche dal gip che ha firmato l’ordinanza di custodia in carcere per il rischio di reiterazione e dal tribunale del Riesame. L’ordinanza è corposa e ha convinto tanto chi indaga, quanto chi deve giudicare che la pista è giusta. Ancora oggi, però, a carico di Pappalardi non c’è una prova regina, ma una serie di indizi: un telefonino lasciato spento mentre la sera della scomparsa dice di essere stato alla ricerca dei figli, un alibi barcollante con un buco di due ore, un testimone 15enne che l’accusa di averlo visto portare via in auto i bambini, ma vi sono dubbi sulla sua attendibilità, forse perché sono venuti anche a galla antichi rancori con la famiglia del ragazzino che lo accusa.

POI CI SONO alcune frasi pronunciate in dialetto gravinese strettissimo, intercettate dalla polizia in casa e in auto, e interpretate a carico dell’indagato, come quella che rivolse alla convivente Maria Ricupero nella sua Dedra, dove il baby testimone l’avrebbe visto caricare a forza Ciccio e Tore, la sera del 5 giugno: «Non lo dire a nessuno dove stanno i bambini. Come è vero Iddio, mi uccido», avrebbe detto. E la donna ha risposto: «Questo è scemo». Ma le 350 pagine che condensano l’attività investigativa sono punteggiate dalla fragilità delle testimonianze, soprattutto riferite ai coetanei delle vittime.



LA FIDANZATINA di Ciccio, per esempio, ha detto di aver ricevuto appunto la sera della scomparsa dal più grande dei fatellini un sms nel quale le diceva che «Andava tutto bene». Ma è stata smentita dal vaglio dei tabulati telefonici. Perché tante bugie?
(Ha collaborato Filippo Cutrupi)

dall’inviato LORENZO SANI










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