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VIAGGIO NELLE CARCERI DELL'EMILIA ROMAGNA

Quattromila in cella, l’indulto è svanito

La rivolta di Ravenna riaccende le luci sull’emergenza sovraffollamento. Cibo scarso, docce rotte e a Bologna piove nei corridoi. Il garante dei detenuti: ‘Siamo fuori da tutte le regole’

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Carcere Bologna, 28 febbraio 2008 -  Piove, governo ladro.
Piove dentro il carcere di Bologna, la celeberrima Dozza, anno di costruzione 1984, struttura nuova ma già vecchia. Al terzo e ultimo piano, nei corridoi, ci si bagna in continuazione se fuori Giove Pluvio si scatena.
Eppure quelli di Ravenna invidiano un po’ i colleghi bolognesi perchè loro, in Romagna, l’acqua non ce l’hanno proprio. Ve l’abbiamo raccontato ieri: a Ravenna è scoppiata quasi una sommossa fra i detenuti. Motivo: le docce non funzionano. Un medico-donna è stato preso in ostaggio da un carcerato che le ha puntato alla gola il coperchio di una scatola. Racconta: «Ho passato un momento poco piacevole, certo, ma non ho avuto paura. Quell’uomo voleva solo lavarsi».


L’indulto è già un ricordo: prima del provvedimento firmato da Mastella i detenuti erano 4.053, al 31 gennaio scorso erano 3.722. Le carceri sono di nuovo una polveriera. L’Emilia Romagna vanta un non invidiabile record: è la regione italiana più a rischio, nel senso che il numero dei detenuti, oltre che superare abbondantemente la capienza regolare delle sue tredici strutture detentive, sfiora anche il grado di massima tollerabilità. In realtà, assicurano gli esperti, pure questo massimo grado di tollerabilità è stato superato in febbraio.


Ma andiamo sul concreto, perchè le parolone rendono poco l’idea: «Massima tollerabilità vuol dire che certe volte mettono anche sei detenuti per cella. Sta diventando la regola poi riunire tre persone in una cella: tre detenuti che vivono e dormono in dieci metri quadrati. La normativa europea prevede invece espressamente che ogni carcerato dovrebbe avere a disposizione almeno sette metri quadri; ci sono anche arrivate diffide in tal senso dall’Ue, ma l’Italia se ne infischia».

 

Chi parla è un avvocato, Desi Bruno, da due anni e mezzo «garante» a Bologna per i detenuti. Presto nascerà anche una figura regionale ma per ora fanno un po’ tutti capo a lei: ed è alla Bruno che i detenuti di Ravenna stanno scrivendo un esposto collettivo con il quale denunceranno il degrado della struttura e, sussurra radio-carcere, anche le velate pressioni del direttore: «Se fuori si sanno certe cose vi traferisco tutti».

 

Tante cose che succedono «dentro» non si vengono a sapere fuori: i suicidi dei carcerati, i tentati suicidi, i gesti di auotlesionismo, le risse e poi i problemi banali ma tremendamente reali di tutti i giorni. Alla Dozza di Bologna, oltre che piovere dentro, per un certo periodo non arrivava l’acqua calda e l’inizio dell’inverno guardie e carcerati l’hanno passato con le coperte addosso, perchè non funzionava il riscaldamento. Mancano pure saponi e detersivi per pulire i pavimenti. Il sindaco Cofferati ha addirittura firmato un’ordinanza per mettere in mora l’amministrazione penitenziaria: questione d’igiene.


E poi il vitto: poco e cattivo (a Bologna e non solo). Per non parlare del poco gusto: a Forlì, il venerdì e il sabato, i parenti dei carcerati si umiliano in coda, anche per ore, fuori dalla casa circondariale della Rocca, perchè non c’è una stanza che può accoglierli. E chi passa di lì sa per forza che quelli hanno genitori, figli, fratelli, sorelle, mariti o mogli in carcere; magari un po’ di discrezione non guasterebbe, o no?

 

L’indulto, si diceva, ha già bruciato tutto. Entro l’estate saremo messi peggio che prima del luglio 2006. Alla Dozza ci sono quasi 1100 detenuti e ne entrano 4-5 nuovi al giorno; quasi il 70% sono stranieri, ed è difficile capirli. Un lavoraccio per tutti, anche e soprattutto per gli agenti di polizia penitenziaria (ne parleremo meglio domani): sono pochi, stremati e stressati. E pure un po’ disorientati, almeno a Bologna: negli ultimi tre mesi hanno silurato il direttore della Dozza e il comandante delle guardie che però ha fatto il ricorso al Tar e l’ha vinto. Siamo al paradosso che in questo momento ci sono praticamente tre comandanti dei secondini: quello vecchio (renitegrato dal Tar) il facente funzione e quello nominato per il futuro.
Ma a Giove Pluvio di questi giochi di potere importa poco: dentro la Dozza piove.
Anzi, non piove soltanto: qua grandina. E forte.

di Massimo Pandolfi

 

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