BARI, 1 marzo 2008 - UN URLO DISPERATO: «L’avevo detto io alla polizia che dovevano cercare da quelle parti». Un urlo «lungo e interminabile — racconta il suo difensore, Angela Aliani — anche le guardie sono rimaste di sasso per la reazione di Filippi Pappalardi». Poi i singhiozzi; un pianto dirotto davanti all’ avvocato, probabilmente il primo pianto da quando è iniziata tutta questa storia.
Filippo Pappalardi, 43 anni, camionista (definito «violento» e «padre-padrone») ieri ha versato lacrime di rabbia e di dolore dopo che per mesi — da giugno quando sparirono i suoi figli e da novembre quando entrò in galera — era sempre apparso un po’ distante. Lo stesso giorno in cui i due bambini furono trovati, Pappalardi, dissero dal carcere, si mostrò «apparentemente tranquillo, a tratti freddo, senza tradire la benché minima emozione». E invece ieri s’è lasciato andare; tanto che il suo legale, Angela Aliani, di solito (e ovviamente) piuttosto prodiga di parole, ha quasi schivato i giornalisti dicendo di essere troppo provata.
«COME HO TROVATO Pappalardi? — s’è limitata a dire — Scosso, distrutto. Anzi, di più». Tutt’altra cosa «dall’emozione composta» finora manifestata nel carcere di Velletri, reparto protetto, dove si trova con altri venti detenuti coi quali, dicono, ha socializzato bene. Pappalardi e l’avvocato Aliana ieri mattina hanno avuto un colloquio lungo tre ore i cui contentuti, singhiozzi a parte, non sono stati resi noti.
SOLO TRE GIORNI fa il direttore del carcere, Giuseppe Makovec, aveva detto che il detenuto continuava a ripetere di «essere fiducioso nella giustizia e nel suo corso». La sua scarcerazione o meno sarà decisa la prossima settimana.
Qualcuno ha pernottato nei pressi del ministero dell'Interno, altri si sono messi in fila nelle prime ore del mattino. Per primo è arrivato il 'Grillo parlante'