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'CERVELLI IN FUGA' / MARIA CHIARA MANZINI

Da Casalgrande ad Harvard
per studiare i segreti del cervello

Harvard. Il più antico ateneo degli Stati Uniti, il primo al mondo secondo la classifica accademica delle università. I suoi mitici vialetti alberati e gli austeri corridoi sono calpestati da una reggiana. Maria Chiara Manzini, 33 anni, di Casalgrande, neurobiologa

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Cervelli in fuga Reggio Emilia, 10 marzo 2008 - Harvard. Il più antico ateneo degli Stati Uniti, il primo al mondo secondo la classifica accademica delle università. I suoi mitici vialetti alberati e gli austeri corridoi sono calpestati da una reggiana. Maria Chiara Manzini, 33 anni, di Casalgrande, vive negli Stati Uniti ormai da un decennio. Attualmente lavora come neurobiologa a Boston, in un laboratorio della Harvard Medical School. «Fin da quando ero piccola — racconta — ho sempre sognato di fare la scienziata. E’ per questo che ho frequentato il liceo scientifico Spallanzani, a Reggio, e mi sono laureata in Biologia a Pavia, con una tesi in genetica umana. Durante gli studi ero andata a frequentare i corsi estivi all’Università di Harvard e avevo scoperto la neurobiologia e lo studio del cervello. Per cui, mentre finivo la tesi, ho fatto domanda per un dottorato in Neuroscienze negli Stati Uniti. Mi hanno preso nel ‘Center for Neurobiology and Behavior’, della Columbia University di New York».

Da Pavia a New York, sola andata...
«Esatto. A neanche un mese dalla laurea mi sono trasferita a New York, dove poi sono rimasta per otto anni, tra dottorato e post-dottorato».

E poi?
«Durante la mia tesi di dottorato ho lavorato in neurobiologia dello sviluppo, studiando come le cellule del cervello immaturo rispondono a traumi come l’epilessia. La cosa mi ha coinvolto molto, così ho deciso che volevo combinare le mie esperienze in neurobiologia dello sviluppo e genetica umana. Mi sono quindi trasferita a Boston per lavorare nel laboratorio di Harvard dove sono adesso».

Dottoressa Manzini, come si svolge la sua vita americana?
«Vivo in un appartamentino in affitto nella zona italiana, il North End, che è nel centro della vecchia Boston. E’ una bellissima zona, piena di ristoranti e conveniente in tutto. Boston altrimenti è piuttosto cara, anche per me cha vengo da Manhattan».

A proposito: i ricercatori, negli Usa, quanto guadagnano?
«In genere, gli scienziati in America guadagnano meglio che in Italia: un ‘post-doc’ prende tra i 35mila e i 50mila dollari lordi all’anno, a seconda degli anni di esperienza. Ma l’accademia paga molto meno del settore privato biotecnologico, dove i salari sono 3-4 volte maggiori».

Torniamo alla sua giornata-tipo.
«Probabilmente lavoro molto per gli standard italiani. Vado a lavorare alle dieci del mattino e finisco a volte anche alle dieci sera, durante la settimana. Spesso lavoro qualche ora nel weekend, ma le mie giornate sono molto flessibili e, visto che amo quello che faccio, se rimango a lavorare fino a tardi è solo perché voglio fare più esperimenti e analizzare più dati».

E per divertirsi le rimane un po’ di tempo?
«Dato che New York e Boston sono i due più grossi centri accademici della costa est degli Stati Uniti, molti dei miei amici del dottorato sono adesso qui a Boston, per cui ho anche un bel gruppo di amici. La vita a Boston non è poi tanto diversa da quella dei giovani professionisti nelle città italiane. Una cena fuori, un film, un drink, qualche volta si va a ballare. Il gruppo è vario e interessante: ho tanti amici americani, ma anche tanti ‘expat’ (in gergo: espatriati), siamo un po’ una Onu! Perù, Corea del Sud, Iran, Turchia, Spagna, India, Pakistan, Russia, Nigeria e, naturalmente, la nostra Italia. Comunque dopo tanti anni vissuti a New York, ormai mi sento davvero una newyorchese: una volta ogni due mesi ho l’esigenza tornarmene qualche giorno nella Grande Mela, per una mostra al ‘Moma’, dove sono ancora membro, un concerto di musica classica a Carnegie Hall, il sushi nell’East Village, lo shopping nei miei negozi preferiti, l’aria e i grattacieli. Poi i ‘New York Giants’, la mia squadra di football americano, che un mese fa hanno sconfitto i ‘New England Patriots’ di Boston nel Super Bowl, la finale del campionato, mi stanno dando enormi soddisfazioni. C’è una grossa rivalità tra Boston e New York... e io mi sto godendo la vittoria! Boston mi andrà bene solo per qualche anno».

Ha acquisito la flessibilità tipica degli americani, noto.
«Si, è vero. Questa è una grande differenza con l’Italia, culturale ancor più che economica. La scelta di rimanere in un’università a fare ricerca o di trovare un lavoro in quello che in gergo chiamiamo il ‘mondo reale’, è interamente nostra. Con il boom delle biotecnologie e delle industrie farmaceutiche, c’è una grossa richiesta nel mio settore, e con stipendi che in Italia sarebbero impensabili: molti dei miei amici della Columbia adesso lavorano in ditte di consulenza, in uffici brevetti, in studi legali, in agenzie di Wall Street. Non c’è mai la sensazione di trovarsi incastrati nel lavoro sbagliato senza poter cambiare, perché una nuova possibilità potrebbe sempre essere dietro l’angolo. L’altra faccia della medaglia è che la gente si sposta molto facilmente e che uno si deve per forza adattare ai cambiamenti».

Tornerebbe mai in Italia?
«Mai dire mai, è ovvio, ma per ora non ho in programma di ritornare in Italia nell’immediato futuro. Tutta la mia carriera professionale si è sviluppata nel sistema americano, quindi sono abituata allo stile lavorativo e alle regole di qui. Se in Italia ci fossero i soldi e la libertà che vigono negli Usa, ci farei un pensierino. Mi mancano la famiglia e gli amici, ma cerco di venire in Italia spesso, almeno due o tre volte all’anno e cerco sempre di convincere i miei amici a venirmi a trovare. Molti dei miei compagni di studi dell’università sono anche loro all’estero, chi in Francia, chi in Germania o in Inghilterra, quindi siamo un po’ tutti nella stessa barca. Per fortuna che ci sono i servizi telefonici su internet che mi permettono di tenermi in contatto con tutti a poco prezzo!»

 









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