NON È VERO che furono i «fantastici anni '70». E’ vero che tutto ciò che è lontano appare più bello: il fascino della gioventù, i ricordi che si stemperano. Ma quegli anni non furono né belli, né da rimpiangere. Furono anni di fatica, di paura. Anni di piombo, appunto. All’interno dei quali, il 16 marzo 1978, la strage di via Fani e il sequestro Moro rappresentarono il picco dell’allarme e l’abisso del terrore. Oggi, molti ragazzi non sanno neppure chi è Moro: uno scrittore, un politico di destra ucciso da un gruppo di sinistra, un poliziotto che lottava contro la mafia. Ogni società ha la memoria che si merita. Ma per quelli che quel giorno c’erano, non ci sono dubbi: il 16 marzo è stato come l’11 settembre. Niente da quel momento è stato più come prima. Un Paese avvilito, confuso, marcito in tanti gangli vitali del suo organismo democratico, fu messo al tappeto da una notizia choc, ma prese coscienza del fatto che bisognava curarsi. Possibilmente per guarire; almeno per non morire.
Come quei cinque ragazzi della scorta di Moro, inutilmente eroici come tanti in divisa venuti dopo di loro. Come Aldo Moro, il numero uno della politica italiana finito sotto il fuoco dei terroristi. Per chi ha diciott’anni oggi, diremmo che sarebbe come se le Br uccidessero Veltroni o Berlusconi. Capito? Qualcosa cambiò. Piano, piano, faticosamente. Moro non fu salvato e probabilmente non lo si volle salvare, ma qualche pietra fu messa per la ricostruzione. Che, intendiamoci, non è ancora finita. Oggi, di quell’episodio non vediamo più lo strazio delle famiglie delle vittime, ma il ritorno alla vita dei killer.
Ripuliti, mondati, intervistati. Spiegano, motivano, analizzano. Diciamo subito che non ci interessano. Che la loro esistenza come terroristi fu possibile perché una disgraziata fetta della nostra società fu complice e compiacente. Perché quella cultura, quell’odio, quell’ideologia trovarono sponde e appoggi. Ecco perché oggi bisogna ricordare e riflettere. Per rendere onore ai morti, certo. Ma soprattutto per ragionare in prospettiva. Dunque, guai a ricreare quel clima. Oggi è ben diverso, non ci sono dubbi. Ma la zona grigia, ambigua che separa il ribellismo dal terrorismo (vero o possibile) esiste ancora.
Se all’Aquila qualche centinaio di persone sfilano per la liberazione della brigatista Lioce, significa che lei non è sola e che noi dobbiamo stare attenti. Significa che loro ci sono, e che noi dobbiamo tenerli sotto controllo continuo. Se nelle vene dell’Italia del terzo millennio circola ancora il globulo rosso del brigatismo, la malattia non è debellata. Ecco perché bisogna ricordare. Perché fra tre giorni, il 19 marzo, ricorderemo il sesto anniversario dell’uccisione di Marco Biagi, un uomo buono senza scorta, freddato sotto casa da un gruppo di fanatici che non voleva neppure rivoluzionare il mondo, ma solo il mercato del lavoro. Terroristi di cui, fra qualche anno, non vorremmo leggere le interviste, ascoltare le lezioni. E soprattutto di cui non dovremo mai più temere eredi ed imitatori.
Gabriele Canè
Dalla musica alla passerella: un momento della sfilata della linea di lingerie Pussycat Dolls, alla settimana della moda di Los Angeles