IL PRINCIPIO dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge non vuol dire nulla di più di quel che dice. E cioè che tutti i cittadini devono rispettare le leggi e che se le violano ne devono rispondere in modo uguale. I rapporti politici, che si basano sul diverso peso dei soggetti, non contraddicono questo principio. Che nel nostro Paese viene invece violato per un’altra ragione. In Italia si è creato, di fatto, un doppio diritto, uno per chi commette i cosiddetti «reati da strada» e l’altro per lorsignori, i politici e i potenti dell’economia i cui reati specifici sono finanziari e quelli contro la Pubblica Amministrazione.
Per questo tipo di reati il Codice è stato inzeppato di tali e tante leggi dette «garantiste» che è difficilissimo portare i responsabili in Tribunale e praticamente impossibile condannarli prima che il processo cada sotto la mannaia della prescrizione. Per i «reati da strada» si pretende invece «tolleranza zero». La motivazione è che sono quelli di maggior allarme sociale. Ma si tratta di un’illusione ottica dovuta alla loro maggior evidenza non alla loro maggiore pericolosità. Uno scippo a una vecchietta è un fatto odioso, ma una bancarotta fraudolenta può mettere sul lastrico mille vecchiette.
C’è però un altro aspetto della democrazia che si avvicina di più a quanto lei dice: l’esistenza delle lobbies e, in particolare, dei partiti. Ne «La classe politica» Gaetano Mosca scrive: «Cento che agiscano sempre d’accordo e d’intesa gli uni con gli altri trionferanno sempre su mille presi uno a uno che non avranno alcun accordo fra di loro». Ciò tradisce il principio dell’uguaglianza almeno sui blocchi di partenza che è uno dei cardini del pensiero liberale.
di Massimo Fini
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