Un lettore scrive
Caro Fini, seguo sempre con interesse i suoi interventi. Spesso non sono d’accordo ma apprezzo la sua onestà intellettuale. Mi ha però molto sorpreso una frase da lei pronunciata a ‘Controcorrente’, a confronto con il leader di ‘Potere Operaio’ Franco Piperno: «erano più onesti i terroristi dei sessantottini». Frase che ha poi dato l’estro a Piperno per affermare che i terroristi erano «moralmente ottime persone». Del giudizio di Piperno non mi potrebbe fregar di meno, del suo sì. Me lo vuole spiegare un po’ meglio?
Giorgio Soglio, e-mail
Massimo Fini risponde
PREMESSO che, a differenza di tanti politici, e intellettuali italiani, non ho mai civettato con la violenza, né sessantottina, né terrorista, ma l’ho sempre condannata, ciò che ho voluto dire, e ho detto, è questo. I sessantottini erano, nella stragrande maggioranza, figli della borghesia che, di giorno andavano in giro per le strade gridando slogan criminali (‘Uccidere un fascista non è reato’; ‘Fascista, basco nero il tuo potere è al cimitero’; ‘Fascisti, borghesi, ancora pochi mesi’, ecc.), spaccando vetrine e a volte anche crani (vedi la tragica morte di Sergio Ramelli), ma di sera rientravano nello loro belle case borghesi, coccolati dai loro genitori borghesi, tanto orgogliosi di questi pargoli ‘rivoluzionari’ (‘Allora gli adulti non seppero fare gli adulti’ ha scritto, splendidamente, Oreste del Buono).
I terroristi, almeno quelli di prima generazione, presero invece sul serio la parole d’ordine degli pseudorivoluzionari del ’68 si diedero alla latitanza e si misero, perlomeno, personalmente a rischio. Tanto che finirono tutti, giustamente in galera, mentre i leader del ’68, che erano in malafede fin dall’inizio, hanno fatto poi straordinarie carriere nei media e in politica. Per questa loro, sia pur delirante coerenza, dovendo scegliere, rispetto i primi, più dei secondi.
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