Ottava sconfitta in campionato, quarta a San Siro (e seconda consecutiva) dove la squadra ha conquistato soltanto 19 dei 45 punti sinora a disposizione. Non c'è bisogno di sofisticate analisi per capire come mai, in Italia come in Europa, questo sia un Milan tutto sbagliato. Totalmente indegno del fenomeno che risponde al nome di Paolo Maldini, anche ieri l'ultimo ad arrendersi alla migliore Atalanta della stagione che, in casa dei rossoneri, non passava da diciassette anni.
Ha voglia Galliani di esorcizzare la dimensione Uefa con battute che suonano quantomeno improvvide. Ha voglia la società di usare come foglie di fico le carte d'identità di Pato e Paloschi, come se anche i muri di Milanello non sapessero che questa squadra è logora e vecchia, spremuta come un limone, prigioniera di un mercato senza capo né coda, incapace di rinnovarsi e di garantire a Maldini, Gattuso, Pirlo e Ambrosini i ricambi di cui avrebbero avuto bisogno per non essere costretti a dannarsi nel modo in cui si stanno dannando.
La lezione dell'Arsenal non è servita: dopo la bruciante eliminazione dalla Champions, Via Turati ha risposto ventilando il sempre più probabile ritorno di Shevchenko e il rinnovo del contratto a Serginho. Avessi detto. I fischi di San Siro sono stati sacrosanti e sin troppo generosi: ma il primo colpevole della crisi non è Ancelotti e non sono nemmeno i giocatori. E' la strategia conservatrice di un club che è campione del mondo e d'Europa uscente, ma non ha più fiato, non ha più testa, non ha più energie. Le pile sono scariche perchè non sono state alimentate a tempo debito. I gol di Pato hanno soltanto coperto le magagne di un organico al capolinea.
Berlusconi è in tutt'altre faccende affaccendato, ma se gli hanno detto che se la caverà riportando Sheva a Milano e svenandosi per Ronaldinho, gli hanno detto male. Servono almeno quattro rinforzi da Milan. Serve una
montagna di milioni da investire sul mercato. Astenendosi posibilmente da un altro Oliveira, un altro Ronaldo,
un altro Emerson.
di Xavier Jacobelli
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