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LA FEROCE REPRESSIONE

Cina, condannato dissidente pro-Tibet
Usa e Ue protestano: "Liberatelo"

Hu Jia, 34 anni, deve scontare tre anni e mezzo di carcere per 'a sovvertire i poteri dello Stato'. Stati Uniti ed Europa: "Si applichi la Convenzione sui Diritti civili e politici" Commenta
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Cona, il dissidente pro-tibet Hu Jia Pechino, 3 aprile 2008 - L'attivista per i diritti umani Hu Jia, uno dei principali contestatori della politica cinese in Tibet, è stato condannato a tre anni e mezzo di carcere per aver tentato di 'sovvertire i poteri dello Stato': questa la sentenza pronunciata dalla Prima Corte Intermedia di Pechino, un verdetto destinato ad alimentar le polemiche internazionali nei confronti della Repubblica Popolare a pochi mesi dai Giochi Olimpici, e mentre è tuttora in corso la brutale repressione nella regione himalayana.

 

Hu, 34 anni, era finito in prigione alla fine di dicembre dopo aver trascorso duecento giorni agli arresti domiciliari, misura cui sono ancora sottoposte sua moglie Zeng Jinyan, anche lei nel mirino delle autorità cinesi, e la loro figlioletta; il telefono di casa è stato tagliato.

Divenuto noto per le sue campagne a favore dei malati di Aids delle aree rurali, l'oppositore si è poi distinto per l'attivismo in difesa delle prerogative democratiche, della libertà di religione e dell'autodeterminazone per il popolo tibetano. Gli sono costate care le critiche al Partito Comunista. In giudizio si era proclamato innocente, pur riconoscendo che alcune sue dichiarazioni potevano essere state "eccessive".

 

LA PROTESTA DI UE E USA

L'Unione europea e gli Stati Uniti hanno chiesto la liberazione del dissidente cinese Hu Jia: ''Siamo costernati da questa condanna. In quest'anno olimpico ci appelliamo alla Cina perche' colga l'occasione di presentare il miglior volto possibile e prenda delle misure per migliorare la situazione dei diritti dell'uomo'', ha detto la portavoce dell'Ambasciata degli Usa a Pechino Susan Stevenson.


E l'ambasciata dell'Unione Europea afferma: ''Le accuse di sovversione dovute alla pacifica espressione di opinioni non sono in linea con la Convenzione internazionale sui Diritti civili e politici che il governo cinese si e' impegnato a rispettare''.

 

LA CINA: NO GIRO DI VITE

Il governo cinese ha negato di aver intrapreso un giro di vite contro i dissidenti per imbavagliare l'opposizione interna in vista dei Giochi Olimpici Estivi di Pechino 2008: la presa di posizione del regime della Repubblica Popolare è stata la replica alle aspre critiche a livello internazionale, scaturite subito dopo la condanna a tre anni e mezzo di reclusione inflitta oggi dalla magistratura all'attivista per i diritti mani Hu Jia, noto paladino della causa del Tibet; Jia, preso in consegna dalla polizia alla fine dello scorso dicembre, si trovava già agli arresti domiciliari da quasi sette mesi.

 

Il verdetto a suo carico segue di due settimane quello a cinque mesi di detenzione pronunciato nei confronti di un altro oppositore di primissimo piano, Yang Chunlin. "Non possiamo accettare certe accuse", ha ribattuto a muso duro la capo portavoce del ministero degli Esteri della Repubblica Popolare, Jiang Yu. "La Cina è un Paese dove vige lo stato di diritto. Non possiamo fermare l'applicazione della legge a causa dell'Olimpiade".

  • 03/04/2008 10:45
    alchimista
    L'ho scritto e lo ripeto: i paesi dell'occidente devono smetterla di genuflettersi davanti alla Cina. Questo mostro politico e commerciale, scorretto politicamente ed economicamente va fermato! Boicottaggio delle olimpiadi e guerra commerciale decisa, a tutela dei nostri interessi, tanto per cominciare. Statisti come De Gaulle, Roosvelt e Churchill , di cui tanto si sente la mancanza, non avrebbero esitato!.
  • 03/04/2008 14:40
    pietro
    Coloro che protestano per la repressione cinese in Tibet non hanno niente da dire sulle sevizie inflitte al popolo palestinese dagli israeliani e sugli squadroni della morte che imperversano in Colombia. La Cia è dietro i monaci golpisti che vorrebbero l'indipendenza del Tibet per rimettervi al potere la sanguinaria casta dei monaci magari protetti da una base militare nucleare americana.
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