Italia News
 TV   FOTO E VIDEO BLOG SERVIZI LAVORO ANNUNCI CASA
L'INTERVISTA

Pietro Mennea: "Il vero problema è la casta del Cio"

 

Dimensione testo Testo molto piccolo Testo piccolo Testo normale Testo grande Testo molto grande

Pietro Mennea "IL VERO PROBLEMA non è nemmeno la Cina. Il vero problema è la casta del Cio. Questi signori che in nome di un presunto ideale fanno affari e fanno politica. Compreso il tizio che riduce la mia carriera ad una Olimpiade boicottata dagli americani. Come si chiama? Ottavio Cinquanta? Facciamo pure Quaranta, tanto è evidente che il tipo non conosce la storia. Non la mia. E nemmeno, cosa più grave, quella del Tibet…».


Pietro Mennea è un fiume in piena. Cinque volte azzurro ai Giochi, dal 1972 al 1988, oro a Mosca sui 200 nel 1980, primatista mondiale sulla distanza per diciassette anni, oggi apprezzato manager del diritto, l’ex velocista barlettano ha le idee chiarissime.
«Non voglio parlare di me e non intendo rispondere alle provocazioni di Sessanta o Quaranta, uno che ha votato per assegnare l’Olimpiade a Pechino, nel 2001, quando tutti sapevano che in quel paese i diritti umani non venivano rispettati…».


Come se ne esce? Boicottando?
«Senta, in Cina gli atleti debbono andare, perché hanno lavorato anni per l’appuntamento e non sono stati loro a scegliere la sede. Inoltre, un boicottaggio funziona se è totale, se è esteso alle relazioni commerciali e diplomatiche».


Figurarsi: e chi ce l’ha il coraggio di rifiutare gli affari con i nipotini di Mao?
«Appunto: anche il Cio dei Quaranta o Sessanta ha sempre scelto di stare dalla parte del più forte. Sa perché nel 2001 hanno votato per Pechino?».


Sentiamo.
«Samaranch, il capo della casta, andava in pensione. Per guadagnare la successione, il belga Rogge aveva bisogno dell’appoggio dei paesi asiatici. I quali paesi asiatici volevano l’Olimpiade a Pechino. Semplice, no?».


Voto di scambio, diremmo in Italia.
«Dipende tutto dalla natura del Comitato olimpico internazionale. Che cos’è, il Cio? Una associazione di impresa. Un ente di diritto privato. Che fa business, stipulando contratti da miliardi di dollari con i network americani per i diritti televisivi. O con la Coca Cola e altri mega sponsor. Secondo lei lo sport c’entra qualcosa?».


Comincio a dubitare.
«A Pechino faranno correre le finali più belle nella mattinata cinese, perché in America è sera e così vogliono gli addetti ai palinsesti. Delle esigenze fisiologiche dei campioni se ne fregano».


Accadde già a Seul, nel 1988.
«Guardi che è così da sempre. Adesso vanno in Cina perché la Cina è potente, così come nel 1936 andarono a Berlino, da Hitler. All’epoca il barone De Coubertin disse che la Germania nazista aveva raggiunto lo zenith del progresso sociale. Bella roba, eh?».


Non si salva niente?
«Si salvano gli atleti, quando sono puliti. Ma è tutto il meccanismo che deve essere smontato. Lo sa che a Monaco e a Montreal, dove io ho partecipato alle Olimpiadi nel 1972 e nel 1976, i cittadini hanno finito di pagare i debiti per l’organizzazione dell’evento quasi trent’anni dopo? E per i Giochi di Torino 2006 anche nell’ultima finanziaria del governo Prodi sono state stanziate somme per la manutenzione di impianti che non servono assolutamente a niente. E’ assurdo».


Mennea, ancora un po’ e lei mi propone l’abolizione della Olimpiade.
«No, no. Io dico: facciamola finita con le finzioni. Piantiamola con le strumentalizzazioni. Basta con la politica. Si torni ad una sede fissa, sempre quella. E sia il Cio, con i proventi dei diritti tv e delle sponsorizzazioni, a coprire le spese».


Quanto a Pechino…
«Non paghino gli atleti per gli errori dei Quaranta, dei Cinquanta e dei Sessanta!».

di Leo Turrini

 

Cerca  su Quotidiano.net nel Web