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L'ANALISI

Da Scalfaro a Ciampi, il Quirinale
non ha mai avuto sguardi benevoli per il Cavaliere

Dal ’94 gli elettori scelgono di fatto il premier, e poteri del Colle sulla sua designazione si sono azzerati. Ma i presidenti sono intervenuti spesso, e solo nei confronti dei governi Berlusconi... Commenta
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Bruno Vespa IL PRESIDENTE della Repubblica può respingere la proposta del presidente del Consiglio sulla nomina di un ministro? La Costituzione è ambigua. "Il Presidente della Repubblica – recita l’articolo 92 – nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e su sua proposta i ministri".

Letta così, la frase lascerebbe al Quirinale più margine nella scelta del capo del governo e dei suoi collaboratori. Ma le cose sono cambiate nel corso degli anni. Nella Prima Repubblica si votava un partito e non un candidato premier. Le consultazioni erano interminabili e il Capo dello Stato si limitava a raccogliere le indicazioni dei partiti, con un margine di mediazione piuttosto modesto. Mai una parola sui ministri, tranne forse un paio di obiezioni in mezzo secolo.

 

Da quando nel ’94 gli elettori scelgono di fatto il capo del governo, i poteri del Quirinale sulla designazione del premier si sono azzerati. I presidenti della Repubblica sono invece intervenuti ripetutamente sulla formazione del governo, nonostante molti costituzionalisti trovino questo comportamento del tutto irrituale.


Questi interventi sono avvenuti tutti nei confronti dei governi Berlusconi. Oscar Luigi Scalfaro ha sempre considerato il Cavaliere una disgrazia imposta dal padreterno all’Italia per mondarla di chissà quali peccati. Quando nel ’94 il Polo vinse le elezioni, spedì perciò al presidente del Consiglio una lettera per insegnargli la buona educazione costituzionale. Era ovviamente un inedito assoluto nella storia italiana.

Berlusconi gli fece rispondere da Giuliano Ferrara, ministro per i rapporti con il Parlamento e la cosa finì lì. Ma si capì con quale animo Scalfaro guardava al Cavaliere. La prima conseguenza fu un invito a Di Pietro, via Borrelli (procuratore di Milano), a rifiutare il ministero dell’Interno che Berlusconi pensava di offrirgli, in attesa di più luminosi destini (i magistrati di Milano si sentivano pronti per palazzo Chigi). Seguì la gestione della crisi del ’95. Anni dopo Bossi mi confidò di averla aperta con il ribaltone solo dopo che il presidente della Repubblica gli aveva garantito che non avrebbe sciolto le Camere.



FU ANCORA Scalfaro il sottile puparo che trasformò Lamberto Dini, con l’aiuto di D’Alema, da ministro del Tesoro del Cavaliere in quello che gli aveva soffiato il posto con il sostegno del centrosinistra. Si ricorderà anche che fu Scalfaro a stilare la lista dei ministri e a chiamare personalmente alcuni degli interessati. Nel 2001 Carlo Azeglio Ciampi non accettò che Roberto Maroni diventasse ministro della Giustizia. Maroni era stato condannato a quattro mesi per essersi opposto al gravissimo blitz della polizia nella sede della Lega a Milano.

 Fu sostituito da Roberto Castelli, compagno di fede, ma ci restò malissimo. Il controllo di Ciampi (e di Gaetano Gifuni, suo segretario generale) sul governo Berlusconi fu implacabile. Gli interventi furono innumerevoli, ma quello che ci resta addosso fu il rifiuto di firmare la nuova legge elettorale se il premio di maggioranza al Senato da nazionale non fosse diventato regionale: abbiamo visto i risultati. (E’ vero che la Costituzione prevede l’elezione dei senatori su base regionale, ma il premio di maggioranza è altra cosa).



ARRIVIAMO COSÌ all’oggi e alle voci che vogliono Giorgio Napolitano molto perplesso all’idea che Roberto Calderoli diventi vice premier e che lo stesso Bossi sia il titolare delle Riforme. A Berlusconi stavolta non dispiacerebbe se fosse il Quirinale a togliergli qualche castagna dal fuoco: Gianni Letta, per esempio, non ha nessun interesse a dividere il ruolo di vice presidente del Consiglio con una persona lontana da lui mille miglia. Su Bossi l’intervento del Quirinale sarebbe più difficile. E ancor di più su Maroni all’Interno.

Ma il problema è un altro. In una repubblica parlamentare, può il presidente della Repubblica – salvo casi del tutto eccezionali e adeguatamente motivati – intervenire sulla lista dei ministri che il presidente del Consiglio presenterà al parlamento per riceverne la fiducia? Il Quirinale ha mille modi di far arrivare informalmente al presidente del Consiglio il suo parere. Ma in caso di contrasto...

di BRUNO VESPA

  • 24/04/2008 11:51
    fiengo antonio
    Il secondo comma dell'art.92 della Costituzione dice:" Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri" Sig.Bruno Vespa, se a qualcuno non sta bene, facesse in modo da cambiare quest'articolo della Costituzione. La Costituzione non deve essere citata solo quando fa comodo!
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