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IL COMMENTO

Caro Moratti, altro che Mourinho: si tenga stretto Mancini

 
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Xavier Jacobelli Roberto Mancini può essere simpatico o antipatico. Scorbutico o accattivante. Dipende dai punti di vista. Ciò che conta è che è diventato un ottimo allenatore, uno dei migliori. Che lo scudetto prossimo venturo porta in calce prima di tutto la sua firma. Che lui e solo lui merita di continuare a guidare l’Inter, alla quale ha cambiato i connotati, trasformandola finalmente in una squadra vera.

 

Sommesso consiglio a Massimo Moratti, per il poco che vale questa opinione e fermo restando che il presidente non ha bisogno di consigli: altro che Mourinho. Con tutto il rispetto per il portoghese più pagato al mondo (dopo Cristiano Ronaldo), fra lui e Mancini non c’è corsa. Nel senso che stravince Mancini senza per questo sminuire il valore assoluto di Josè. Ma questo è un altro discorso.

 

C’è un’evoluzione evidente, una metamorfosi tecnica, un’impronta marcata nell’Inter che il tecnico marchigiano si prepara a consegnare alla storia del nostro calcio quale campione d’Italia per la sedicesima volta. Nessuno misconosce gli errori e le delusioni, soprattutto europee, al passivo di dell’allenatore. Ma soltanto chi non fa non sbaglia e, certamente, il primo a dolersi delle magre rimediate in Champions è proprio l’ex ragazzo prodigio del nostro football. Anche per questo motivo, Mancini ha il diritto di rigiocarsela in Europa. Non foss’altro perchè sia proprio lui il primo ad infrangere un tabù che resiste da quarantatrè anni.

 

Rispetto al passato, quest’Inter ha molto più carattere. E’ molto più cinica. Non fa sconti a nessuno. Vince le partite decisive che una volta regolarmente perdeva. Ha smesso di essere l’opera incompiuta di un gruppo di certificati campioni. E la trasformazione va ascritta a chi la guida, mitridatizzato a tal punto da bonificare un ambiente un tempo avvelenato da gelosie e rancori, invidie e individualismi.

 

Il bello di quest’Inter è chi ci sta, bene e chi non ci sta, sta fuori. Il buono di quest’Inter è che comanda Mancini, decide Mancini, guida Mancini. Da Adriano a Ibrahimovic passando per Vieira e Figo, a uno a uno l’allenatore non ha avuto paura di scottarsi le mani, con la differenza che lui ha l’amianto sui polpastrelli. Per non parlare delle intuizioni tattiche (la duttilità di Chivu, la consacrazione di Cambiasso, il prpeotente ritorno di Cruz) e delle scoperte che valgono un capitale (Balotelli). Mourinho può attendere.

di Xavier Jacobelli

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