Trent'anni fa le Brigate rosse facevano trovare il cadavere di Aldo Moro nel baule della Renault rossa, in via Caetani. E oggi s'insedia il quarto governo Berlusconi Commenta
TRENT’ANNI fa, oggi, le Brigate rosse facevano trovare il cadavere di Aldo Moro nel baule della Renault rossa, in via Caetani, posizione equidistante (e dunque simbolica) tra le sedi della Dc e del Pci. Erano i due partiti più rappresentativi nella Prima Repubblica, con il 70% dei voti, e, dal dialogo tra i loro leader, Moro e Berlinguer, era nato il governo del «compromesso storico»: l’incontro - fino ad allora impensabile - tra cattolici e comunisti.
Mancavano undici anni alla caduta del Muro di Berlino, allo sgretolamento dell’impero sovietico, al superamento di Yalta che aveva spartito il mondo nei blocchi occidentale e orientale. Quel governo di Giulio Andreotti, monocolore Dc con il voto favorevole del Pci, nato il 16 marzo, poche ore dopo il rapimento di Moro e la strage di via Fani, era un’eresia, una sfida al mondo. L’epilogo di un percorso che aveva portato il Pci ad accettare la Nato e a gettare i germi del pericoloso (per il Cremlino) eurocomunismo. Quale sarebbe stato lo sbocco, per Moro, di quel laboratorio politico, non gradito a Mosca, ma neanche a Washington? L’Italia sarebbe diventata «prima» un Paese normale, con l’alternanza al governo di tutte le forze politiche, compreso il Pci fino ad allora escluso per il «fattore K», così come ghettizzato era il Msi di Giorgio Almirante? Tempi magari ancora acerbi, specialmente sulla genuinità della conversione comunista ai valori liberaldemocratici.
Comunque interessante, come interessante era stato l’incontro con i socialisti di Nenni una decina d’anni prima. Riflessioni non oziose nel giorno in cui - ricordando Moro - s’insedia il quarto governo di Silvio Berlusconi, dopo elezioni che hanno realizzato il miracolo della semplificazione del sistema politico, sempre fallita a partire da quel 1953 quando il risultato elettorale (cosiddetta legge truffa) impedì per un soffio a De Gasperi l’affermazione di una larga maggioranza parlamentare.
Oggi, pur con una inadeguata legge elettorale, è nato un governo agile, laico e con l’impronta del premier, in meno di un mese. Sei partiti cancellati dal Parlamento, dove ora siedono solo sei gruppi alla Camera e cinque al Senato. Ci sono i presupposti per rimettere in moto il Paese, fare le riforme, governare senza veti. E finalmente l’Italia non sarà più un «caso».
di PIERLUIGI VISCI
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