‘Noi’ siamo qualche centinaia di persone, i familiari di tante delle 387 vittime del terrorismo di ogni matrice, chiamati al Quirinale per il primo Giorno della memoria
Roma, 9 maggio 2008 - A FINE discorso, la voce di Napolitano si spezza per l’emozione, ed è il momento in cui il Presidente diventa uno di noi. ‘Noi’ siamo qualche centinaia di persone, i familiari di tante delle 387 vittime del terrorismo di ogni matrice, chiamati al Quirinale per il primo Giorno della memoria. Qualche volto noto e tantissimi sconosciuti, che si guardano intorno un po’ smarriti all’ingresso del Colle, che consegnano impacciati il documento per il (rigidissimo) controllo di sicurezza all’entrata, che scattano anche qualche foto ricordo dentro il palazzo.
NEL SALONE, su ogni sedia, c’è il volume voluto dal capo dello Stato con tutti i nomi e le storie di quelle 387 persone: «Per la prima volta — dirà dopo la cerimonia ai cronisti la vedova di Emanuele Petri — ci siamo forse resi conti di quanti siamo veramente». Aspettando l’inizio, i familiari sfogliano quel volume, e accanto alla storia personale che conoscono così bene, ne trovano tantissime altre, soprattutto quelle meno note. In fondo a ogni scheda sono sono indicati i responsabili di ogni delitto, ma mai per nome, solo le sigle e l’esito giudiziario: è un modo per riportare al centro le vittime e non i carnefici.
E non è un caso che l’applauso più scrosciante della mattinata arrivi quando Napolitano parla del troppo spazio, della troppa attenzione data oggi a chi ha ucciso, un applauso lunghissimo, che non vuole finire mai, per dire al Presidente che questo è ciò che pensano tutti.
A condurre la cerimonia Mario Calabresi: «Questo non può essere un approdo, ma l’inizio di un percorso» dice in apertura. Il percorso della memoria, certo, come quello raccontato da una studentessa del Liceo Arnaldo di Brescia, la città di piazza della Loggia, l’unica persona vestita di un rosso acceso fra tante giacche scure o beige. Paolo Bolognesi, a nome di tutte le associazioni delle vittime delle stragi, chiede ancora una volta di arrivare in fondo alla verità, Agnese Moro cita, uno per uno, il nome della scorta di suo padre: il modo più efficace per ricordare insieme con loro, tutte le vittime dimenticate.
DOPO l’emozione di Napolitano, Accardo suona Brahms, e la cerimonia finisce così, anche se qualcuno sottovoce chiede «E l’inno di Mameli?». Si esce dal salone un po’ alla volta, passando davanti al palco dove il Capo dello Stato si ferma a lungo: in tanti, fra quelle centinaia di persone, vogliono stringergli la mano: «Non capita spesso di salutare da vicino il Presidente» si sente dire fra la gente. Fuori dall’entrata principale, i familiari sostano ancora un po’, accendono i cellulari e magari salutano qualche politico che si è fermato. Un assembramento che si disperde un po’ alla volta, tutti con quel libro grigio stretto in mano.
* familiare di Roberto Ruffilli, ucciso dalle Brigate Rosse il 16 aprile 1988
di Franca Ferri*
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