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OGGI IL VERDETTO DI CASSAZIONE

Cogne in attesa della sentenza
La Franzoni è 'sparita' da lunedì
Il pg: "Confermare la condanna"

I vicini: "Sembrava molto preoccupata". Il suocero: "No, l’ho vista tranquilla". La decisione dei supremi giudici dopo due condanne: l'aspetta il carcere o un nuovo processo d'appello Commenta 

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annamaria franzoni RIPOLI SANTA CRISTINA (Bologna ), 21 MAGGIO 2008 - In un'aula gremita il procuratore generale della Cassazione, Gianfranco Ciani, ha chiesto alla prima sezione civile di confermare la condanna a 16 anni di reclusione nei confronti di Anna Maria Franzoni, accusata di aver ucciso il figlioletto Samuele, trovato senza vita e con il cranio sfondato il 30 gennaio del 2002, nella villetta di famiglia. In poco più di un'ora di requisitoria, il procuratore Ciani ha smontato uno ad uno i motivi presentati dalla difesa, tra cui due questioni di legittimità costituzionale sollevate in relazione a cavilli procedurali.

 

La sentenza della Corte d'assise d'appello di Torino, ha detto durante il suo discorso il procuratore, è ben motivata. I giudici piemontesi, fra l'altro, hanno fatto bene ad escludere il vizio parziale di mente della Franzoni che, se pur affetta da crisi depressive e conflittuali nell'educazione dei figli, il giorno del delitto sarebbe stata cosciente perché, dalla ricostruzione dell'accusa, avrebbe alterato il teatro del delitto.

 

Sono stati molti gli elementi che, secondo i giudici torinesi, avrebbero contribuito a dimostrare la responsabilità di Anna Maria Franzoni, condivisi pienamente dal procuratore Ciani: prima di tutto il fatto di non aver riconosciuto alla donna il vizio parziale di mente dal momento che sembra che questa dopo la morte del piccolo Samuele fosse perfettamente cosciente tanto di non lasciare tracce di sangue sulla scala e nell'aver sottovalutato le condizioni del figlioletto nella chiamata al 118. Non solo. I vizi denunciati dalla difesa della Franzoni in relazione alla seconda perizia, cui la donna è stata sottoposta durante il secondo grado di giudizio e senza prestare il suo consenso, non sono stati condivisi dalla Procura di piazza Cavour anche perché i giudici piemontesi avrebbero desunto il movente non da tale perizia ma da molti altri elementi come le intercettazioni telefoniche.

 

Nessun vizio, nelle motivazioni della sentenza di appello neppure sulle cosiddette prove scientifiche e sul metodo della Bpa sulla quale i giudici avrebbero redatto una motivazione logica e diffusa. Per quanto riguarda poi il rifiuto da parte della Corte d'appello di autorizzare il consulente tecnico di parte della famiglia Lorenzi nella loro villetta di Cogne, anche qui la Corte non ha sbagliato e la conclusione raggiunta è suffragata dal fatto che non risulta che la difesa abbia mai, in un secondo momento, reiterato tale richiesta. Nulla da eccepire, secondo Ciani, neppure sulle tracce ematiche trovate in casa e sul pigiama dell'imputata.

 

LA DIFESA

 

"Dalla Corte di Cassazione ci aspettiamo una risposta positiva". È quanto afferma l'avvocato Paola Savio, uno dei difensori di Annamaria Franzoni, che con i suoi colleghi Paolo Chicco e il professore Carlo Federico Grosso è al Palazzaccio in attesa dell'inizio dell'udienza a conclusione della quale la Prima Sezione Penale della Suprema Corte, dovrà decidere se confermare o meno la condanna a 16 anni di reclusione inflitta dai giudici torinesi alla mamma di Cogne.


Nessuna indiscrezione sul luogo in cui la Franzoni attenderà il verdetto: "Aspetterà assieme alla sua famiglia - ha aggiunto l'avvocato Savio - l'autorità giudiziaria sa dov'è". Se gli ermellini confermeranno la sentenza di appello, per l'imputata si apriranno le porte del carcere.

 

 

di GIANNI LEONI

E’ IL GIORNO dell’ultima speranza. Nel tardo pomeriggio o a tarda sera Anna Maria Franzoni saprà se la tragica vicenda di Cogne si avvia a scrivere una nuova pagina giudiziaria o se, al contrario, la dura mazzata dei 16 anni di carcere diventa esecutiva. E’ lunga e pesante, l’attesa della sentenza della Cassazione, i secondi sono macigni e la mamma del piccolo Samuele Lorenzi li brucia con i famigliari in un rifugio al riparo dagli occhi indiscreti, dalle telecamere e dai commenti.

Le sue ultimi immagini prima dell’ingresso nella dissolvenza la vedono sabato mattina dal fioraio impegnata nella scelta di semi e di piantine per i vasi e per il curatissimo giardino di casa e, domenica, serena e intraprendente, con il marito Stefano, con i figli Davide e Gioele e con il suocero Mario Lorenzi, alla festa della parrocchia per l’inaugurazione della sala della comunità.

 

PIÙ DI CENTO presenze, 12 euro gli adulti, la metà i ragazzi, profumo di arrosti e brindisi prima del trasferimento in chiesa per le preghiere pomeridiane. Eppoi l’ultima sequenza, al calar della sera di lunedì. "Si preparava a lasciare la casa. Com’era? Preoccupata, molto preoccupata. Mah, speriamo che la Giustizia renda giustizia alla sua innocenza", si lascia andare, convinta, una vicina.

"Posso solo dire che l’ho vista tranquilla", sussurra il suocero Mario Lorenzi, prima di allungare il passo oltre un battente amico. Da quel momento, la Franzoni è diventata un imprendibile fantasma avvistato qua e là, e di volta in volta in versione solitaria o con un fratello, o con una sorella o con una batteria di fidatissime amiche, quasi una formazione di guardie del corpo prontissime a seminare storte e silenzi per proteggere il rifugio della mamma di Cogne.


E allora, in una cupa giornata di nuvole e di pioggia, un singolare «toto-Annamaria» di voci e di telefonate si è allungato da una stradina all’altra del borgo, e nelle case e nei paesi tutt’intorno e nei bar e nelle trattorie. Qualcuno la dava «per sicura» sul Lago D’Orta, nella villa di uno dei periti della difesa.

 

ALTRI garantivano la sua presenza nell’appartamento di un fratello, nell’area di Firenze, altri ancora da un’amica, dai genitori, da una sorella a pochi chilometri, e addirittura oltre le stesse finestre serrate della casetta in fondo a via Borgo Vecchio. Ipotesi, con quella di una «presenza in zona» nettamente predominante. «E’ qui», rilanciava ogni volta un silenzioso cifrato di sorrisetti, di dietrofront, di piccole smorfie e di labbra serrate.


Poco più su, a Monteacuto Vallese, il piccolo centro dove la mamma del bimbo ucciso a Cogne è venuta al mondo e dove ancora abitano i genitori, teneva invece banco, sulla scia di un piccolo allarme, un altro tema: la scorribanda notturna di uno sfacciato commando di ladri.

 

QUALCUNO li ha visti in fuga nel buio, agili e scattanti, dopo l’ultima scorribanda messa a segno proprio in casa di Giorgio Franzoni, il papà di Anna Maria. Un vetro rotto, un cauto balzo dal retro a una stanza, e via, passo dopo passo, nell’ispezione da un locale all’altro della grande dimora, fino alla camera dove il padrone di casa riposava con la moglie Chiara, dopo l’ennesima giornata di duro lavoro tra le viti e gli ulivi di un grande podere acquistato di recente. Su una sedia c’erano i pantaloni di Giorgio con poco più di 400 euro nel portafoglio, e più in là, la borsetta della signora. Spariti.

E’ stata Chiara ad accorgersi della «visita», ma la corsa di Franzoni sulla strada ha portato solo al recupero dei pantaloni, abbandonati sull’asfalto con le tasche vuote. L’alba si è così animata di voci, perché i ladri erano riusciti a entrare, poco prima, anche in una casa vicina inutilmente protetta da una porta blindata. Grande fatica, ma scarso grisbì, e replica qualche chilometro più in là, nell’appartamento di un negoziante di Montefredente. Così, tra ipotesi su Anna Maria, ladri e silenzi, è sfumata la «lunga vigilia». Oggi, l’ultima parola. O forse la penultima.

 

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