Il giorno in cui hanno proiettato le foto di suo figlio non ho avuto il coraggio di cercare i suoi occhi. Credo avessero lo stesso sguardo dei miei. Lì ho capito una cosa, un piccolo dettaglio retorico: era già tutto pagato Commenta
SO DI NON esserle stata simpatica, pochi giornalisti ci sono riusciti. Nelle lunghe ore in tribunale ho immaginato spesso, oltre al resto, la fatica di sentire addosso i nostri sguardi. Predatori di lacrime, entomologi piegati su quell’insetto affascinante che è il disagio quando non ci riguarda. Il giorno in cui hanno proiettato le foto di suo figlio, però, non ho avuto il coraggio di cercare i suoi occhi. Credo avessero lo stesso sguardo dei miei. Lì ho capito una cosa, un piccolo dettaglio retorico: era già tutto pagato. Lei aspettava una sentenza, cambiava avvocati, temeva e sperava. Sincera o bugiarda. Vittima di un complotto o miracolata. Ora non ha più importanza ma non ne aveva nemmeno allora. A pagare ha cominciato subito. Quando l’elicottero si è portato via suo figlio. Nel gelo irreversibile della sepoltura. Dentro le notti che non voglio nemmeno immaginare. Ha pagato di fronte alla sua famiglia, al bambino grande che faceva domande, al piccolo che non sapeva per quanto avrebbe accompagnato. Pagato con la perdita, la vergogna. Adesso comincia un nuovo viaggio: non è antipatia, è la legge. Sia indulgente con noi: la tormenteremo ancora per un po’. Poi dimenticheremo. E magari proveremo ad ammettere che certe vite scivolano di mano e non possiamo farci niente.
di Viviana Ponchia
Pamela Anderson col figlio Brandon Thomas Lee prima della partita di basket Nba tra Charlotte Bobcats e Lakers al Staples Center di Los Angeles. Ma l'ex bagnina protegge il piccolo dai fotografi o dalla vista delle majorette?