Walter Veltroni e Guglielmo Epifani chiedono il ritiro della misura, ma dalla maggioranza fanno sapere che il testo rimane confermato. Positivo il parere di Confindustria: "In linea con la direttiva europea"
Roma, 28 luglio 2008 - Infuria la polemica sulla norma anti-precari contenuta nella manovra, ora all'esame della Commissione Bilancio del Senato in seconda lettura. Pd e Cgil fanno muro contro il governo e chiedono che venga ritirata la misura. Ma, per il momento, l'esecutivo sembra intenzionato a modificare solo l'articolo 60 della manovra, come richiesto dal Quirinale.
In serata, Sacconi ha però annunciato che sarà il ddl manovra, e non quindi il decreto ora all'esame del Senato, la sede dove porre "eventuali correttivi" alla norma anti-precari che, ha puntualizzato il Ministro, ha comunque una portata limitata.
In particolare, il leader dell'opposizione Walter Veltroni chiede all'esecutivo un segnale forte: "Bisogna - dice - fare esattamente il contrario di quello che il governo propone. Il Paese ha bisogno di stabilità e non di precariato. Il provvedimento del governo permette alle aziende di essere più libere e di fare ricorso a questa tipologia contrattuale che mette a rischio la stabilizzazione non solo dei lavoratori delle Poste, ma anche delle banche e dell'editoria". Quindi, il Pd si dichiara pronto ad una terza lettura da parte della Camera.
Qualora il governo modifichi la norma, infatti, la manovra dovrà tornare a Montecitorio per l'approvazione definitiva. Il governo sarebbe però orientato a mantenere la norma sui precari contenuta nel testo varato dalla Camera. A margine dei lavori della commissione Bilancio in Senato, il relatore Salvor Fleres (Pdl) ha riferito che "al momento non è stato presentato ancora nessun emendamento".
Sulla norma anti-precari, scende in campo anche la Cgil: il segretario generale Guglielmo Epifani osserva che "è evidentemente un'azione di lobby che però è un segno della riduzione dei diritti delle persone". A suo giudizio, "non ha senso che le responsabilità delle imprese vengano fatte pagare ai giovani e ai precari". Inoltre il leader sindacale parla di una stranezza riguardo al fatto che "una norma di carattere generale sia utilizzata per una situazione di carattere particolare. Una situazione che sanerebbe i problemi già insorti ed entrerebbe nell'ambito di processi già aperti".
Di parere opposto la Confindustria, che valuta positivamente la norma, sostendo che è "in linea con la direttiva europea alla base della nuova disciplina del contratto a termine, che vuole anzitutto contrastare le eccessive reiterazioni".
Il sottosegretario Sottosegretario all'Economia Giuseppe Vegas sottolinea la portata limitata della misura: "concerne solo fattispecie relative al passato e presenta, di conseguenza, un ambito di applicazione fortemente circoscritto", spiega. Mentre la Lega la difende strenuamente: "Non è vero che toglie diritti - spiega il presidente dei deputati del Carroccio Roberto Cota - ma ripristina, semmai, i diritti negati. Quelli che oggi invocano misure per i giovani che fanno fatica a trovare un posto di lavoro dovrebbero sapere che proprio la norma in questione serve a porre rimedio ad un aggiramento delle norme sul pubblico impiego e sui concorsi pubblici che è stato fatto".
E uno dei 'padri' della misura, e che, tra i primi, ha proposto nero su bianco il blocco del reintegro, Maurizio Fugatti capogruppo della Lega in Commissione Finanze della Camera si lascia andare ad una nota polemica: "Quando la misura è stata approvata in Commissione, il Pd però non aveva fatto opposizione...".
ASSEGNI SOCIALI
Dal 1' gennaio 2009, salvo interventi correttivi del Senato, casalinghe, frati, suore e molti altri cittadini italiani non riceveranno più l'assegno sociale che fino ad oggi gli veniva riconosciuto dall'Inps come assistenza in caso di redditi particolarmente bassi.
L'allarme è delle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani che chiedono al Parlamento di ritornare sui propri passi. Al centro del contendere, il comma 10 dell'art. 20, riguardante appunto i requisiti per l'accesso all'assegno sociale. Una prestazione di tipo assistenziale riservata fino ad oggi per motivi di reddito agli ultrasessantacinquenni residenti in Italia: che siano cittadini italiani, europei o anche extracomunitari, purchè in possesso di carta di soggiorno.
Il Governo aveva proposto una prima modifica introducendo il requisito aggiuntivo del soggiorno legale, in via continuativa, per almeno cinque anni nel territorio nazionale. Serviva per evitare la concessione dell'assegno sociale agli extracomunitari ricongiunti alla famiglia. In questo caso, infatti, per la concessione della Carta di Soggiorno non occorrono i 5 anni di residenza in Italia normalmente previsti.
Ma la Camera è andata oltre e ha stabilito che l'assegno potrà essere concesso in futuro solo a chi, oltre a far valere i requisiti di età e di reddito, dimostri di aver 'soggiornato legalmente e lavorato legalmente con un reddito almeno pari all'importo dell'assegno sociale, in via continuativa, per almeno dieci anni nel territorio nazionalè. Introducendo il requisito del lavoro - fanno notare le Acli, che chiedono al Senato di respingere la modifica approvata - viene stravolta l'idea di prestazione assistenziale così come tutelata dall'art. 38 della Costituzione. Ma soprattutto, la formulazione letterale, senza distinzioni di cittadinanza, è applicabile a tutti.
E così, dal 1 gennaio 2009, se la norma verrà confermata dal Senato, l'assegno sociale non spetterà più a chi non abbia lavorato, continuativamente, per dieci anni in Italia. Si pensi alle casalinghe che hanno dedicato tutto il loro tempo alla famiglia, ai religiosi (suore e frati ad esempio) impegnati nelle realtà più difficili, agli emigranti italiani che tornano nel nostro Paese dopo una vita passata a lavorare all'estero. "È la dimostrazione concreta - osservano le Acli - di come escludere qualcuno dal bene comune, in questo caso gli immigrati, porti inevitabilmente dei danni a tutti. Appunto perchè, come insegna la dottrina sociale della Chiesa, il bene comune è tale in quanto bene di tutti e di ciascuno. Nessuno escluso".
Il consiglio dei ministri ha dato l'ok al nuovo ddl. Le intercettazioni saranno possibili per reati con pena dai 10 anni, ma anche quelli contro la pubblica amministrazione