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FRATI PICCHIATI IN CONVENTO

"E’ stata una spedizione punitiva"
Peggiora uno dei religiosi feriti

Il cardinale Poletto interviene sulla mattanza nel santuario di San Colombano Belmonte. Proseguono le indagini, intanto compaiono alcuni biglietti "Preti pedofili la galera non basta"

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Uno dei frati picchiati in convento Torino, 29 agosto 2008 - «Una spedizione punitiva? Perché no? Tutto farebbe pensare che sia andata proprio così». Il cardinale Severino Poletto, arcivescovo di Torino, non crede che la mattanza dei frati nel convento sopra Valperga avesse come scopo la rapina. «Non si massacrano per pochi spiccioli uomini miti che da 400 anni confessano e accolgono i pellegrini». Ma punirli per cosa? Quali trame segrete potrebbero nascondere le mura bianche di quella casa dello spirito che è il santuario di San Colombano Belmonte, dal 2003 patrimonio dell’Unesco? Alle sei di un pomeriggio infuocato su quelle pareti viene impresso l’ultimo graffio: bigliettini adesivi giallo canarino scritti in cattivo italiano e con una grafia stentata: «Vaticano… preti pedofili… La galera non basta…bastonate». Troppo poco per essere una via, sulla quale comunque si stanno facendo accertamenti.
Troppo per uno squallido scherzo di paese. Voci tante, non si contano le illazioni mentre i Ris di Parma aprono la caccia alle impronte. L’inchiesta si muove con prudenza su un doppio binario: un gruppo di balordi che sotto l’effetto della droga pensa di arricchirsi con le elemosine ma sbaglia clamorosamente i tempi: ci avessero pensato dopo la festa della Porziuncola all’inizio di agosto o all’Assunzione, quando l’afflusso di fedeli è al massimo. E poi la vendetta, fino alle ipotesi estreme sul movente e ai bigliettini, che potrebbero essere un goffo tentativo di strumentalizzare l’episodio.

 

«Le piste sono tutte aperte — conferma padre Gabriele Trivellin, responsabile provinciale dei francescani minori — Ma l’accanimento contro quattro frati anziani e indifesi è tale da far pensare a qualcosa di diverso dalla semplice rapina».
Proverebbe a ragionarci sopra, se potesse, Sergio Baldin, il frate guardiano nemmeno cinquantenne, già per tutti un eroe. Mite, generoso, un francescano autentico arrivato ai voti da grande, dopo aver fatto l’operaio. Ridotto in fin di vita dalle spranghe dei banditi incappucciati mentre cercava di difendere gli altri tre confratelli anziani.

 

Baldin è in coma in una stanza sterile del Giovanni Bosco di Torino dove i medici lottano contro ematomi, fratture, lacerazioni. E’ stato operato al cervello, l’esame neurologico rivela uno stato di sofferenza ancora tutto da valutare. Buio, silenzio. Non sono di aiuto agli inquirenti nemmeno le altre vittime. E’ peggiorato padre Emmanuele Battagliotti, 81 anni, che dall’ospedale di Cuorgnè è stato trasferito a Torino. Fra’ Salvatore Magliano, 86 anni, è stato portato invece all’ospedale di Ivrea dopo un infarto. L’unico in ripresa sembra essere padre Martino Gurini, 76 anni, missionario in Bolivia, per sua disgrazia in visita al santuario di Belmonte la sera dell’aggressione. E’ il solo a cui è rimasta la voglia di scherzare: «Ho camminato una vita nella foresta boliviana e non mi è mai successo niente. Dovevo venire qui nella pace e nel verde per essere ridotto così». Erano in tre, di poche parole: «Io ti ammazzo», è quello che hanno biascicato al frate guardiano, troppo massiccio per non innervosirli. Sono andati a colpo sicuro, come chi conosce la rotta. In falegnameria hanno preso le mazze. Poi si sono precipitati in refettorio sapendo che lì si cena alle 19,30.


Poi hanno fatto un giro nelle celle dei quattro confratelli evitando tutte le altre (ce ne sono una trentina) e hanno raccattato poco più di 150 euro. Una miseria sproporzionata alla ferocia. «Non hanno chiesto dateci i soldi, diteci dove è la cassaforte — ricostruisce il cardinale Poletto — Hanno iniziato a dare bastonate in testa cominciando dal più anziano finché padre Sergio è andato in sua difesa. E lo hanno massacrato».

 

Frate Sergio era già stato minacciato dopo certi furti di cui, si dice, avesse individuato i responsabili. Corone d’oro destinate a ornare la statua della Madonna, cosa che escluderebbe gli zingari, perché per tradizione i rom non toccano le cose sacre. Gente drogata o assatanata, dice monsignor Poletto. Domenica celebrerà messa lassù e si farà portavoce della rabbia di tutta la comunità: «Viviamo in una società in cui non c’è rispetto per le persone e le cose altrui. C’è bisogno di un sussulto non solo di legalità, ma anche di coscienza». 

di Viviana Ponchia










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