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BUONGIORNO, ITALIA

Cari furbetti
dell'amianto...

La morale delle due inchieste di Torino e di Genova: chi rischia di ammalarsi, rimane al lavoro, chi è stato più “scaltro” fa il baby pensionato e le aziende scaricano sull’Inps
 

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Lorenzo Sani CARI FURBETTI DELL'AMIANTO,

TUTTO si può dire degli antichi greci, tranne che non avessero la vista lunga. Parlando di quel minerale filamentoso che veniva impiegato per confezionare i manti funebri dei re, usarono l’aggettivo «inestinguibile», che assurse alla dignità di sostantivo: asbesto. Inestinguibilità e morte ricorrono ancora oggi, a millenni di distanza, quando si parla dell’ amianto.

 

Torino ha chiuso l’inchiesta per la strage dell’Eternit, a Genova è invece più che mai aperta quella sulle pensioni “taroccate”, erogate in virtù della legge 257/92 che dovrebbe tutelare i lavoratori esposti alla sostanza e non i furbetti, o le aziende che spesso hanno intravisto un comodo ammortizzatore sociale. Il risultato è che chi rischia di ammalarsi, rimane al lavoro, chi è stato più “scaltro” fa il baby pensionato e le aziende scaricano sull’Inps.

 

Ogni tipo di stortura e criminale omissione è stata consumata in nome dell’amianto, a cominciare dall’evidenza della sua nocività. Che fosse letale si sapeva dal 1965, quando la New York Academy of Sciences denunciò i suoi effetti biologici. L’Italia è stato il secondo produttore europeo dopo l’Urss e il principale “consumatore”.

L’amianto è ancora dappertutto, nella composizione di oltre 3000 prodotti di larghissimo consumo. A dieci anni dalla messa al bando, datata 1992, secondo il Cnr i rifiuti dell’asbesto erano secondi soltanto a quelli solidi urbani per volume. In Italia c’erano ancora 2,5 miliardi di metri quadri di coperture, in gran parte friabili.

 

Il regolamento del registro nazionale dei mesoteliomi, i tumori legati all’amianto, è del 2003. L’Olanda l’aveva nel 1969, il Regno Unito nel ’67, Germania e Francia nel ’73 e ’75. Tra regione e regione c’è una disparità macroscopica di interventi. Mancano i soldi, si dice. E si continua a morire.

DI LORENZO SANI










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