Intervistato dalla Cnn, il senatore dell'Illinois illustra il suo programma. La zia di Obama immigrata illegale a Boston. Schwarzenegger esalta McCain
Washington, 1 novembre 2008 - In un’intervista esclusiva all’emittente americana Cnn il candidato democratico alla Casa Bianca Barack Obama ha elencato le sue priorità, qualora dovesse essere eletto presidente.
Al primo posto il tentativo di “stabilizzare il sistema finanziario”, ha detto Obama a Des Moines, in Iowa, all’anchorman della Cnn Wolf Blitzer. Perché è impossibile affrontare altri problemi nazionali quali le tasse, la sanità, l’educazione, l’energia o l’immigrazione, se “continueremo a trovarci di fronte al rischio di un disastro nel sistema bancario e finanziario”, ha spiegato il senatore dell’Illinois.
Il secondo punto da affrontare sarà l’energia. “Non è solo un problema di indipendenza energetica - ha detto Obama - è anche un problema di sicurezza nazionale e di occupazione. Possiamo creare 5 milioni di posti di lavoro nel settore dell’energia pulita”.
Terza priorità: la riforma del sistema sanitario.
Quarta priorità: “Riduzioni fiscali per il ceto medio come base di una riforma del sistema fiscale”, un punto strettamente legato alla prima priorità, ha sottolineato Obama.
Quinta priorità: riforma del sistema scolastico.
Sulla possibilità di poter avere un’amministrazione bipartisan, Obama ha affermato che potrebbe prendere in considerazione una posizione per McCain: “Se riterrò che potrà essere la miglior persona per il nostro paese”. Ma il senatore nero non ha mancato di criticare il rivale repubblicano per aver detto di saper come catturare Osama bin Laden ma di non aver spiegato come potrebbe riuscirci.
L’aspirante presidente ha poi parlato di Afghanistan e Pakistan.
In particolare, in Pakistan ritiene sia necessario sostenere gli sforzi del paese verso al democratizzazione non solo militarmente, ma anche offrendo “soluzioni alla povertà e alle mancanze del sistema scolastico esistente”. Obama ha poi sottolineato che “se il Pakistan non può o non vuole agire (nella lotta al terrorismo), cercheremo comunque di raggiungere i nostri obiettivi” come la cattura di Osama bin Laden. Obama intende anche combattere la produzione di oppio fornendo aiuti per coltivazioni alternative.
Per l’Afghanistan, il candidato democratico punta sul training delle forze di sicurezza locali, sul sostegno al sistema giudiziario nazionale, più incentivi per gli ufficiali americani in missione nel paese e un miliardo di dollari extra ogni anno per l’assistenza non militare, ma badando che il denaro non diventi preda di funzionari corrotti. Obama già in passato si è detto pronto a mandare più truppe in Afghanistan e a chiedere più sforzi agli alleati della Nato.
OBAMA, DISCORSO RADIO DEL SABATO: “SCRIVIAMO LA STORIA”
Il candidato democratico alle presidenziali, Barack Obama, ha tenuto personalmente il discorso radiofonico del sabato del suo partito, chiamando gli americani a scrivere “il prossimo grande capitolo” della storia del paese. A tre giorni dalle elezioni di martedì, Obama ha sottolineato che “se mi darete il vostro voto non solo vinceremo insieme, ma cambiaremo questo paese e cambieremo il mondo”, esattamente la frase con cui aveva concluso il suo maxi spot in tv mercoledì sera in diretta dalla Florida.
Obama ha sottolineato che il paese vive la peggiore crisi economica dalla Depressione: “In un momento come questo” l’America a suo dire non può permettersi altri 4 anni di politica repubblicana.
Obama ha ribadito i punti della sua politica (di cui ha parlato anche ieri sera in una intervista alla Cnn): sgravi fiscali per le famiglie, fine della guerra in Iraq, investimenti nel settore delle energie rinnovabili, cure sanitarie meno care. “Nulla di tutto ciò sarà semplice” ha detto “non succederà dall’oggi al domani, ma credo che potremo farcela perché credo nell’America”.
E ancora battendo sui temi della sua retorica: “Sempre nella nostra storia abbiamo affrontato le sfide perché non abbiamo mai scordato la verità fondamentale che in America il destino non è scritto per noi ma da noi. Fra tre giorni potremo scrivere il prossimo grande capitolo della nostra storia”.
FRANCIA, SARKOZY HA GIÀ VOTATO PER OBAMA
Le etichette di destra e sinistra di qua e di là dall’oceano non hanno lo stesso valore, un democratico americano non è distante da un conservatore francese. E se a vincere le elezioni presidenziali negli Stati Uniti fosse Barack Obama, uno dei primi a beneficiarne in Europa sarebbe Nicolas Sarkozy, che ha già chiaramente fatto capire da mesi chi vorrebbe alla Casa Bianca.
”Il presidente francese ha sempre espresso la volonta’ di riavvicinare la Francia agli Stati Uniti dopo lo strappo del no francese alla guerra in Iraq”, spiega ad Apcom Dominique Moisi, specialista delle relazioni transatlantiche all’Istituto francese delle relazioni internazionali. “Inoltre l’elezione di Obama aiuterebbe Sarkozy nella sua politica di reintegrazione della Francia nelle istanze direttive militari della Nato”.
Obama si e’ infatti espresso a favore della reintegrazione di Parigi nella Nato, pur sostenendo la creazione di una vera difesa europea, un’altra priorita’ di Sarkozy.
”Se a essere eletto fosse invece John McCain, il raggiungimento di questi due obiettivi sarebbe un po’ piu’ difficile”, spiega Moisi “poiche’ il candidato repubblicano rappresenta la continuita’ dell’amministrazione attuale, e Sarkozy non ha mai legato troppo con George W. Bush”.
Se fosse eletto Obama inoltre, aggiunge Moisi, “l’immagine degli Stati Uniti in Francia cambierebbe, in particolare il vecchio istinto antiamericano, molto radicato nel nostro paese, avrebbe piu’ difficolta’ a esprimersi nei confronti di un paese guidato da un presidente nero e carismatico come Obama”.
Con quest’ultimo poi Sarkozy ha anche diversi punti in comune, spiega Moisi: “come Obama e’ figlio di immigrati - seppure di ceto medio-alto - e come lui ha fatto campagna sull’idea di compiere una ‘rottura’ e un ‘cambiamento’ rispetto alla politica precedente”.
In politica estera infine l’eventuale elezione di Obama “dovrebbe comportare una maggiore implicazione degli alleati sui dossier piu’ importanti”, aggiunge Moisi: “’Cari europei, mi avete sostenuto, ora aiutatemi con dei gesti concreti’, dira’ Obama ai suoi alleati, chiedendo loro in particolare di rafforzare il dispositivo militare in Afghanistan, di raggiungere una posizione comune sull’Iran e di contribuire alla soluzione della crisi in Medio Oriente”. A ogni modo, conclude il ricercatore, “che venga eletto Obama o che venga eletto McCain, gli Stati Uniti dovranno adottare una politica estera multilaterale, poiche’ l’unipolarismo dell’era Bush e’ tramontato”.
La preferenza di Sarkozy per Obama, che durante un brevissimo passaggio a Parigi nel luglio scorso e’ stato accolto all’Eliseo praticamente con gli onori riservati a un capo di Stato (“E’ amico mio!” ebbe a dire in quell’occasione il presidente), riflette la posizione della stragrande maggioranza dei francesi, per i quali incarna il volto preferito degli Stati Uniti.
Avversario della politica del presidente uscente George W. Bush, la cui amministrazione e’ stata molto critica nei confronti di Parigi dopo il no francese alla guerra in Iraq, Obama incarna il rinnovamento della politica americana e, in un certo senso, il superamento delle differenze e delle diffidenze razziali che ancora pesano in Francia. Non per niente Obama e’ estremamente popolare tra i giovani di origine immigrata delle “banlieue” e nei dipartimenti e territori d’Oltremare.
Seppure non tutti i francesi condividono l’americanofilia sperticata di Sarkozy, Obama piace perché i cittadini e i politici, compresi quelli di destra, si sentono globalmente piu’ vicini ai democratici statunitensi che ai repubblicani, in particolare per quanto riguarda la politica estera e l’approccio multilaterale alle grandi questioni globali. Un atteggiamento che era gia’ emerso durante la campagna presidenziale americana precedente, nella quale la stragrande maggioranza dei politici francesi si era espressa a favore del candidato democratico John Kerry.
ZAPATERO SOGNA OBAMA, MA TUTTO È MEGLIO DI BUSH
Chiunque vinca le elezioni di martedì prossimo al di là dell’Atlantico, difficilmente le relazioni fra Spagna e Stati Uniti potranno raffreddarsi più di quanto non sia accaduto durante gli ultimi quattro anni e mezzo, da quando cioè il socialista José Luis Zapatero è diventato capo del governo di Madrid. La decisione di Zapatero di ritirare le truppe spagnole dell’Iraq nell’aprile del 2004 provocò infatti una reazione dura da parte dell’amministrazione di George Bush: niente più incontri bilaterali col suo omologo spagnolo e grande freddezza in quelli multilaterali.
Al massimo, una rapida stretta di mano e due parole di felicitazioni, come avvenne lo scorso aprile in un vertice Nato a Bucarest poco dopo la rielezione di Zapatero per il secondo mandato: un episodio che in sé avrebbe potuto essere sintomo di rinnovata simpatia, se non fosse che la Moncloa aveva diffuso la notizia di un incontro bilaterale, poi trasformato in “chiacchierata informale”, per poi scomparire del tutto e risolversi in un saluto fugace. E’ vero che per la festa nazionale spagnola dello scorso 12 ottobre Bush ha scritto al re Juan Carlos - con cui i rapporti sono sempre rimasti buoni - definendo la Spagna un “alleato vitale degli Usa” e augurandosi che “in futuro si intensifichino le nostre relazioni”. Ma questo piccolo passo avanti formale è stato presto travolto dal caso del ‘supervertice’ del G20 convocato a Washington per discutere della crisi, una formazione a cui la Spagna non partecipa.
Quest’esclusione a Madrid è vissuta come una vera e propria questione di Stato, tanto che Zapatero sta facendo carte false per essere invitato, con pressioni diplomatiche presso la Francia, il Brasile e gli stessi candidati alle elezioni americane: sì, perché il governo spagnolo ha chiesto aiuto anche ai collaboratori di Barack Obama e John McCain, che non hanno potuto promettere nulla di preciso, occupati in tutt’altro fino almeno al 4 novembre.
La Moncloa, anche se non può ammetterlo pubblicamente, fa il tifo per Obama, con cui le affinità ideologiche sono molto maggiori.
Obama d’altronde ha affermato esplicitamente durante la sua campagna elettorale che intende riprendere gli incontri bilaterali di vertice con Zapatero, e si è spinto ancora oltre, accusando anzi il suo rivale durante il dibattito televisivo di fine settembre: “Lei signor McCain, non voleva nemmeno riunirsi col presidente spagnolo perché non sa se la Spagna fa o meno parte della Nato!”.
Per il candidato democratico, insomma, la Spagna è stato uno degli esempi usati pubblicamente per chiarire le differenze con McCain in politica estera, e assicurare discontinuità con Bush - in una fase in cui l’elettorato sembra desideroso di mettersi alle spalle la guerra in Iraq: “Il fatto che McCain abbia indicato che forse non si riunirà con Zapatero significa che continuerà con l’atteggiamento di Cheney di imporre la politica estera al posto di creare coalizioni, e credo che questo sia un errore”, ha detto Obama in un’intervista radiofonica a emittenti ispanofone del gruppo Union Radio. E il carattere paradigmatico del rapporto con Madrid è confermato dal fatto che anche il vice Joe Biden ha rinfacciato a Sarah Palin lo stesso ‘ostracismo’ antispagnolo di
McCain durante il loro dibattito.
McCain è stato molto più cauto e si è sempre rifiutato di indicare con chiarezza se accetterebbe di riprendere incontri di vertice con Madrid: “Mi riunirei con quei leader che sono nostri amici e che vogliono lavorare con noi in modo cooperativo” ha risposto McCain in un’intervista, senza cedere all’insistenza dell’intervistatrice, “devo analizzare le relazioni e le priorità”. Zapatero, da parte sua, non ha voluto esasperare le cose, e si è limitato a commentare che il candidato repubblicano ha probabilmente voluto “restare prudente” e che il governo spagnolo “lavorerà con il presidente degli Stati Uniti scelto dagli americani, perché è ciò che deve accadere fra due paesi democratici, uniti” e che hanno “accordi importanti”.
Due affermazioni, quelle del leader iberico, sostanzialmente vere: è in effetti probabile che l’atteggiamento cauto di McCain sulla Spagna - preso in contropiede da Obama e desideroso di differenziarsi rispetto a lui di fronte all’elettorato più conservatore e filo-Bush, soprattutto data la sua fama di soldato ed eroe di guerra - abbia soprattutto una chiave elettorale. I rapporti commerciali fra Spagna e Stati Uniti, ma anche quelli diplomatici al livello “operativo” sono sempre rimasti buoni (inclusi quelli fra Miguel Angel Moratinos e Condoleezza Rice): e di recente la stessa ministra della Difesa Carme Chacon ha avuto un incontro positivo col suo omologo americano Robert Gates a margine di una riunione Nato. Anche se vincesse McCain, insomma, i margini per un miglioramento - anche se più graduale - delle relazioni di vertice fra i due paesi ci sarebbero.
Senza dimenticare che - come affermato dallo stesso ambasciatore spagnolo a Washington Jorge Dezcallar - vinca chi vinca fra Obama e McCain gli Usa “hanno una serie di temi sulla loro agenda internazionale che vengono prima del rapporto con la Spagna, che può migliorare ma rientra nella normalità”. A prescindere dal risultato del 4 novembre, insomma, per vedere Zapatero in visita alla Casa Bianca ci vorranno ancora diversi mesi.
ISRAELE TIFA PER MCCAIN: CI DÀ PIÙ SICUREZZA
Democratici, in larga parte, negli Stati Uniti, invece gli ebrei americani residenti in Israele, e con loro il resto della popolazione dello Stato ebraico, il 4 novembre preferirebbero vedere eletto presidente il candidato repubblicano John McCain. Eppure prima dell’estate, durante il suo tour in Medio Oriente, il democratico Barack Obama, favorito nella corsa alla Casa Bianca, aveva fatto il possibile per rassicurare gli israeliani sulla politica estera che portera’ avanti se uscira’ vincitore dallo scontro elettorale con McCain.
Gli israeliani, inclusi quelli di origine statunitense, pero’ continuano a preferirgli il candidato repubblicano.
”Se fossi un elettore americano non avrei dubbi, voterei per Obama, ma sono un israeliano e guardo agli interessi del mio Paese. Percio’ preferisco McCain che trovo piu’ affidabile”, ha detto ad Apcom Ofer Tirosh, un avvocato di Tel Aviv che si e’ laureato negli Stati Uniti. “Obama rappresenta una speranza per l’economia americana ma non mi fido di lui in politica estera e noi abbiamo bisogno di un presidente (statunitense) stretto alleato di Israele, persino piu’ di Bush, perche’ il futuro e’ carico di incognite”, ha aggiunto.
Sulla stessa lunghezza d’onda si esprime Tova Weinberg, una dentista ebrea americana residente da diversi anni in Israele, che pur non apprezzando la politica economica repubblicana e manifestando forti dubbi sulla guerra contro l’Iraq voluta da George Bush, sostiene che McCain rimane l’opzione preferita per la sicurezza di Israele. “Ho ammirato inizialmente Obama - dice - poi ho cambiato idea quando ho appreso del suo legame con (il controverso) pastore Jeremiah Wright e della sua volonta’ di dialogare con (il presidente iraniano Mahmoud) Ahmadinejad che pure ha invocato piu’ volte la distruzione di Israele. Sono una ebrea e per me parlare con Ahmadinejad sarebbe come avere relazioni diplomatiche con Hitler”.
I leader politici israeliani non si sbilanciano, evitano di interferire nella politica interna statunitense ma e’ nota la loro preferenza per McCain, che rappresenta la continuita’ con la politica filo-israeliana condotta dall’amministrazione Bush, pur avendo apprezzato le dichiarazioni di sostegno e di rinnovata alleanza con lo Stato ebraico rilasciate in piu’ di una occasione da Obama.
In ogni caso a rappresentare la visione dei dirigenti politici, o della maggioranza di essi, hanno pensato gli opinionisti piu’ noti del Paese, come Eitan Haber sulle pagine dello Yediot Ahronot, il quotidiano piu’ diffuso. “In tutta onesta’ Obama non ci fa dormire bene la notte - ha scritto Haber - stiamo per avere di fronte un presidente che ha ben poco in comune con l’Ebraismo, con gli ebrei e lo Stato di Israele...la sua conoscenza del Medio Oriente e’ minima ed inoltre, con la crisi finanziaria in atto sara’ piu’ impegnato ad occuparsi di economia che a bere un caffe’ con (il ministro degli Esteri israeliano) Tzipi Livni e il (presidente palestinese) Abu Mazen...” E ancora: “Obama non e’ Bush senior, che pure aveva un atteggiamento controverso verso Israele, non e’ Clinton che era quasi un membro della Federazione Ebraica, e non e’ Bush junior che puo’ essere considerato un membro delle unita’ speciali guidate dall’ex premier (Ariel) Sharon”. Percio’, conclude Haber, “prepariamoci all’arrivo di Obama, sperando ancora che non accada”.
Ma non tutti condividono il pessimismo di Haber, che senza dubbio riflette l’opinione di una fetta consistente degli israeliani e degli americani ebrei che vivono nello Stato ebraico. Tra i sostenitori di Obama c’e’, ad esempio, Chaim Landau, uno studioso della London School of Economics, attivo nei movimenti pro-Israele e residente a Gerusalemme. “Certo Mccain e’ un vero amico di Israele e, da un certo punto di vista, offre piu’ garanzie al nostro Paese - ha scritto nei giorni scorsi - ma dobbiamo guardare piu’ avanti e assicurarci che gli Stati Uniti rimarranno l’unica superpotenza”.
Secondo Landau l’America indebolita emersa dagli otto anni di presidenza di Bush, pur guidata in futuro da McCain non sarebbe di grande aiuto a Israele. “Obama incarna la speranza di rivitalizzare gli Stati Uniti che, sul lungo periodo, e’ il vero interesse di Israele... la sua politica estera coinvolgera’ maggiormente gli alleati storici (di Washington), non cessera’ di lottare contro il terrorismo e non sara’ ambigua verso la sicurezza e la prosperita’ di Israele”.
A dare credito alle considerazioni di Landau sono proprio i palestinesi, convinti che Obama attuerebbe la stessa politica dei suoi predecessori verso Israele e non muterebbe radicalmente, come invece vorrebbero, il suo atteggiamento verso la causa palestinese e araba.
OBAMA SCENDE A 5 PUNTI DI VANTAGGIO SU MCCAIN
È sceso a cinque punti il margine di vantaggio di Barack Obama su John McCain. Secondo l’ultimo sondaggio Reuters/C-Span/Zogby che monitorano con cadenza quotidiana i consensi dei due candidati, il candidato democratico è al 49% contro il 44% del rivale repubblicano.
L’indagine, risultato di interviste telefoniche condotte su un campione nazione, fa scendere di due punti il vantaggio di Obama: il sondaggio precedente dava il democratico al 50% e il repubblicano al 43%. Il sondaggio ha un margine d’errore del 2,9%. McCain sembra aver guadagnato soprattutto tra gli indipendenti (tra i 15 e i 6 punti) e tra le donne (tra i 9 e i 4 punti). Mentre i consensi di Obama sono scesi sotto il 50%, per la prima volta dopo due giorni consecutivi.
Il senatore dell’Illinois ha conservato il suo vantaggio su McCain tra i cattolici (8 punti in più) e tra gli uomini (6 punti in più) e piace più del collega dell’Arizona a tutte le fasce di età, tranne quella che va dai 30 ai 49 anni. Dal canto suo, l’eroe del Vietnam riscuote più consensi tra le famiglie che hanno figli al fronte (5 punti in più).
SCHWARZENEGGER: OBAMA NON HA MUSCOLI NE’ IDEE FORTI
Il muscoloso governatore della California Arnold Schwarzenegger ridicolizza la politica e la prestanza fisica del candidato democratico alla presidenza americana Barack Obama. Intervenendo a un comizio repubblicano a Columbus, in Ohio, l’ex attore culturista, che in questa città ha spesso tenuto corsi di body building, ha invitato il senatore nero a iscriversi alle sue prossime lezioni, “perché ha bisogno di fare qualcosa per le sue gambe magre”, ha detto.
Ha poi attaccato i bicipiti scarni del candidato democratico, ma ha espresso scetticismo sulla possibilità di “mettere carne sulle sue idee”, al contrario di John McCain che si mostra invece come una vera roccia: “Il suo carattere e le sue idee sono solide”, ha detto l’ex attore. McCain e Schwarzenegger sono apparsi insieme al Nationwide Arena Hockey Stadium, ma è stato il governatore della California a catturare la folla attaccando le proposte economiche di Obama, che gli ricordano le politiche europee che Schwarzenegger dice di essersi lasciato alle spalle per inseguire il sogno americano in California, ed esaltando le qualità dell’”eroe americano” McCain. “Il carattere di John McCain è stato messo alla prova come quello di nessun altro candidato presidenziale nella storia”, ha affermato Schwarzenegger ricordando la prigioni e le torture subite dal repubblicano definito un “real action hero”.
LA ZIA DI OBAMA VIVE DA IMMIGRATA ILLEGALE A BOSTON
La zia del candidato democratico alla Casa Bianca, Barack Obama, una donna del Kenya che vive da anni in una casa popolare a Boston, risulta essere un’immigrata illegale negli Stati Uniti.
Un giudice ha infatti respinto la domanda di asilo avanzata quattro anni fa dalla donna, la 56enne Zeituni Onyango, chiamata “zietta Zeituni” da Obama nel suo libro di memorie. La notizia è stata fornita all’Associated Press da una fonte rimasta anonima
HALLOWEEN: OBAMA CON LA FIGLIA SI IRRITA COI FOTOGRAFI
Breve tappa a Chicago e breve momento di irritazione con i fotografi per Barack Obama: il candidato democratico alla Casa Bianca si è fermato a casa in una pausa della campagna elettorale per portare la figlia Sasha, 7 anni, a fare un giro col suo scintillante costumino da streghetta di Halloween. Giubbotto sportivo e occhiali neri, Obama si è prestato al gioco dei reporter che si accalcavano per registrare questo “momento spontaneo”.
Ma dopo i primi scatti del pool che lo segue in campagna, il candidato si è sottratto. “Ok ragazzi, basta così” ha detto.
”Avete fatto la vostra foto. Ora lasciateci in pace. Su, ragazzi”, indicando ai fotografi di tornare sull’autobus, cioè il veicolo su cui spesso lo aspettano i giornalisti che lo seguono in campagna.