Un'odissea per raggiungere Roma da Bologna in tempi di Aquile selvagge: per via dello sciopero nazionale di treni e mezzi pubblici, decido di prendere l’aereo, ma... di Giancarlo Mazzuca
MA CHE PAESE siamo? Certe volte ho il sospetto fondato che l’Italia non sia più la terra di santi, poeti ed eroi, ma sia diventata un rifugio, non più tanto dorato, di masochisti. Vi racconto, per spiegarmi meglio, un giorno di ordinaria follia, ieri lunedì 10 novembre. Dunque, debbo andare da Bologna a Roma e, per via dello sciopero nazionale di treni e mezzi pubblici (e qui bisognerebbe aprire una parentesi: che senso ha questo sciopero?), decido di prendere l’aereo. C’è un volo Alitalia delle 11.05 che fa per me: lo prenoto subito e mi sembra di aver fatto anche una furbata. Ma non avevo fatto i conti con le associazioni di piloti e assistenti di volo che, evidentemente, sono molto più furbe di me.
Capita così che, appena arrivo al banco nella sala imbarchi dell’aeroporto, la signorina addetta mi spiattella due «chicche»: per cominciare, il volo avrà, tanto per gradire, un’ora di ritardo e poi manco si sa se partirà. A quel punto mangio la foglia: inutile prendersi in giro, quel volo Bologna–Roma resterà nel limbo dei miei sogni. Cosa che mi verrà confermato un’ora dopo: i soliti furbetti dell’Aquila selvaggia, hanno deciso di autoconvocarsi a Fiumicino in assemblea permanente fino alle dieci di sera, cioè fin oltre il termine dello sciopero di 24 ore dei treni, alla faccia di Colaninno e soci. Poi nel pomeriggio si saprà che il Comitato di lotta dell’Alitalia ha varato uno sciopero immediato, anch’esso di 24 ore. E così la capitale diventa una specie di meta irraggiungibile: o Roma o morte. Per fortuna, riesco a rimediare un’auto perché se non fai da solo, sei proprio spacciato.
Ma, già raggiungere il centro di Bologna per prendere la macchina diventa un problema: non trovi un taxi neppure a peso d’oro. Più che un pellegrinaggio, il mio sembra diventato un calvario: finisco per rimpiangere i viaggiatori del Grand Tour del Settecento in Italia. E il resto del viaggio ve lo risparmio, per carità di patria. Siamo tutti alla mercé di Aquila selvaggia e non possiamo neppure protestare: zitti e mosca!
IN QUESTI MESI, ho sempre visto con favore la soluzione italiana per Alitalia con il decollo di Cai, ma adesso comincio anch’io ad avere qualche dubbio: forse aveva ragione quel mio amico che diceva sempre che bisognava far fallire la nostra compagnia di bandiera. Con tutte le spinte corporative che subiamo, in questo Paese non si combina, infatti, più nulla: meglio ricominciare daccapo, piuttosto che continuare ad andare avanti, con interventi- tampone e cerotti vari. Ormai ci vuole il bisturi come quello che sta usando il ministro Brunetta nella Pubblica amministrazione.
Un esempio? Mentre sono in viaggio, telefona mia moglie per lamentarsi dell’Ufficio anagrafe del nostro quartiere a Bologna. Ci sono decine e decine di persone che attendono il loro turno sempre più irraggiungibile, quasi come arrivare a Roma. Il motivo? Dietro agli sportelli c’è solo un’impiegata. Di fronte alle tante rimostranze, la povera impiegata accampa una scusa: molti suoi colleghi sono restati a casa perché avevano lavorato sabato scorso. Poi, all’improvviso, saltano fuori altri due addetti. Forse erano chiusi dentro al gabinetto: mi vien voglia di tirare lo sciacquone e di gettarmi dentro.
DI GIANCARLO MAZZUCA