Bologna, 18 novembre 2008 - TRA I TANTI, in questo nostro Paese, c’è un paradosso che, in tempi di crisi e di quotidiana richiesta di sacrifici rivolta ai cittadini, assume un significato particolarmente urticante. E’ quello che nasce dal risultato dell’incrocio tra lo straordinario successo popolare della sempre più vasta saggistica sui costi della politica, irrobustita dalle quotidiane denunce dei giornali, e gli effetti reali, concreti, tangibili che essa ha prodotto tra i suoi diretti destinatari. Ovvero zero.
Tant’è che, arrivati a questo punto, diventa lecito chiedersi se vale davvero la pena di continuare a bombardare il fegato, già duramente provato dalle quotidiane angosce per gli effetti della sindrome della quarta settimana, di euribor, tan e taeg, con le aggiuntive e acidissime dosi di indignazione a vuoto.
Neanche un briciolo di soddisfazione rappresentato da un segnale di buona volontà che avrebbe almeno il pregio della partecipazione simbolica al momento economico particolarmente duro.Nei giorni scorsi la Finanziaria ha superato la prova del voto parlamentare. Il nobile obiettivo di Tremonti di tenerla al riparo dal consueto assalto alla diligenza, non ha impedito l’approvazione delle meno nobili norme che mantengono il doppio stipendio ai parlamentari membri di governo e, soprattutto, il rimborso elettorale prolungato fino al 2011 anche alle forze politiche che sono sparite dal Parlamento.
Un giochino che consente di spartire anche con chi ha toccato solo l’1% dei consensi una torta da 300 milioni di euro destinato a mantenere, a spese nostre ovviamente, gli apparati di partito. E che, guarda caso, non ha segnato il tradizionale e spesso pregiudiziale scontro tra schieramenti. All’ovvio voto favorevole della maggioranza si è associato quello del Pd e l’astensione dell’Udc.Senza contare che, secondo un calcolo approssimato per difetto, la politica in Italia, da Roma all’ultimo comune, costa già 8 miliardi di euro all’anno, una parte dei quali riversati proprio, in forma indiretta, nel mantenimento dei partiti.
E pensare che proprio quest’anno cade il quindicesimo anniversario del referendum del 1993 che spinse il 90% di 31 milioni di italiani a votare contro il finanziamento pubblico delle forze politiche. Viene in mente una battuta di Corrado Guzzanti diventata celebre: se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli questi benedetti elettori. E salviamoli almeno dai calcoli al fegato: non parliamone più.
(giuseppe.mascambruno@quotidiano.net)
di Giuseppe Mascambruno