Il Pontefice ha auspicato la loro liberazione e quella degli altri sequestrati in tutte le parti del mondo. Poi ha invitato i cristiani a rispondere al male con verità e amore
Città del Vaticano, 26 dicembre 2008 - Un appello è stato lanciato oggi da Benedetto XVI per la liberazione delle due suore italiane, Maria Teresa Olivero e Caterina Giraudo, rapite in Kenya più di un mese fa. "Il Signore, che nascendo è venuto a farci dono del suo amore, tocchi - ha implorato Papa Ratzinger durante l'Angelus - il cuore dei rapitori e conceda quanto prima a queste nostre sorelle di essere liberate per poter riprendere il loro disinteressato servizio ai fratelli più poveri". Il Pontefice ha anche espresso l’auspicio che le due suore "in questo momento sentissero la solidarietà del Papa e di tutta la Chiesa".
"Cari fratelli e sorelle - ha poi aggiunto rivolto alle migliaia adi presenti in piazza San Pietro - vi invito tutti a pregare, senza dimenticare i numerosi sequestri di persone in altre parti del mondo di cui non sempre si ha chiara notizia: penso ai sequestrati sia per motivi politici che per altri motivi in America Latina, in Medio Oriente, in Africa. La nostra solidale preghiera - ha detto il Pontefice - sia in questo momento per tutti loro di intimo, spirituale aiuto".
Benedetto XVI ha quindi ribadito che la vittoria di Cristo sulla morte e il peccato "permette anche oggi a tanti cristiani di non rispondere al male con il male, ma con la forza della verità e dell’amore", sottolineando che "in santo Stefano vediamo realizzarsi i primi frutti della salvezza che il Natale di Cristo ha recato all’umanità: la vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio, della luce della verità sulle tenebre della menzogna".
"Nella luce spirituale del Natale di Cristo", Ratzinger ha indicato come modello a tutti i cristiani "il primo martire della Chiesa, Stefano, un giovane ‘pieno di fede e di Spirito Santo', come ce lo descrivono gli Atti degli Apostoli, che insieme con altri sei fu ordinato diacono nella prima Comunità di Gerusalemme e, a motivo della sua predicazione ardente e coraggiosa, fu arrestato e lapidato".
E con lui anche Paolo, che "un particolare" lega inscindibilmente al dramma di quel primo martirio, "ed è l’annotazione che i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. Qui compare - ha ricordato Ratzinger - per la prima volta san Paolo, col suo nome ebraico di Saulo, nella veste di zelante persecutore della Chiesa, ciò che allora era sentito da lui come un dovere e un motivo di vanto".
Nel suo discorso, il Pontefice ha poi ricordato quanto il martirio di Stefano abbia toccato il futruo Apostolo delle Genti, tanto che "a posteriori, si potrà dire che proprio la testimonianza di Stefano fu decisiva per la sua conversione". E infatti fu "poco tempo dopo il martirio di Stefano" che "Saulo, sempre spinto dallo zelo contro i cristiani, si recò a Damasco per arrestare quelli che là avrebbe trovato. E mentre si avvicinava alla città avvenne la sua folgorazione, quella singolare esperienza in cui Gesù risorto gli apparve, gli parlò e gli cambiò la vita. Quando Saulo, caduto a terra, si sentì chiamare per nome da una voce misteriosa e chiese: ‘Chi sei, o Signore?’, si sentì rispondere: ‘Io sono Gesù, che tu perseguiti!’. Saulo perseguitava la Chiesa ed aveva collaborato pure alla lapidazione di Stefano; lo aveva visto morire sotto i colpi delle pietre e soprattutto aveva visto il modo in cui Stefano era morto: in tutto come Cristo, cioè pregando e perdonando i suoi uccisori".
"Sulla via di Damasco, - ha concluso il Pontefice - Saulo capì che perseguitando la Chiesa stava perseguitando Gesù morto e veramente risorto; Gesù vivente nella sua Chiesa, vivente anche in Stefano, che lui aveva sì visto morire, ma che certamente ora viveva insieme con il suo Signore risorto. Potremmo quasi dire che nella voce di Cristo avvertì quella di Stefano e, anche per sua intercessione, la grazia divina gli toccò il cuore. Fu così che l’esistenza di Paolo cambiò radicalmente. Da quel momento Gesù divenne la sua giustizia, la sua santità, la sua salvezza, il suo tutto. E un giorno pure lui seguirà Gesù sulle stesse orme di Stefano, versando il proprio sangue a testimonianza del Vangelo, qui, a Roma".