I resti del velivolo inabissatosi con otto italiani a bordo. Tra le vittime due amiche di Bologna. Un corpo recuperato e due avvistamenti che si sono rivelati clamorosi errori
LOS ROQUES (Venezuela) — «HA CAYDO, ha caydo». È caduto, è caduto, hanno sentito urlare dalla postazione radar, un trabiccolo di metallo sopra quattro pali nella corta pista degli aerei da turismo nell’isola di Gran Roque, l’unica abitata dell’arcipelago roccioso davanti a Caracas, nel mezzo del mar dei Caraibi. Nessuno però ha visto cadere in mare o in terra il Transaven Let 410, matricola Yv2081, ormai un anno fa, il 4 gennaio 2008 alle 9 e 38 minuti.
Nessuno, un anno dopo, ha trovato l’aereo su cui viaggiavano le bolognesi Rita Colanni e Annalisa Montanari (nella foto), la famiglia trevigiana composta da Paolo Durante, la moglie Bruna Guernieri e le loro figliolette Emma e Sofia, e gli sposini romani Stefano Fragione e Fabiola Napoli e con loro tre venezuelani, uno svizzero e i due piloti. Il piccolo aereo è stato inghiottito nel nulla con 14 persone a bordo, o forse 18, se si ritiene valida la trascrizione dell’Inac (l’ente nazionale del volo venezuelano) dell’unico colloquio ufficiale tra il pilota e la torre di controllo di Maiquetìa, l’aeroporto internazionale di Caracas.
DELL’ALTRA conversazione, quella fondamentale per capire che cosa è successo, ci sono parole al vento. Le prime, riferite dall’operatrice di quella casalinga torre di controllo, danno una posizione del lancio del mayday. E ne danno anche un’altra «16 miglia fuori» come se il pilota che sta annunciando un ammaraggio d’emergenza indichi la distanza mancante all’arrivo, anziché quella che gli comunica il gps sulla cloche.
L’operatrice ha trascritto a mano, se l’ha fatto, le parole di un’emergenza frequente da quelle parti, ma rara se riferita a due motori fuori uso in contemporanea. Dieci minuti dopo è uscita urlando: «È caduto».
DI CERTO c’è solo che un corpo dei 14 occupanti, quello del copilota, è stato ritrovato a 147 miglia di distanza, e di incerto c’è tutto il resto: «Nel 2008 un aereo può sparire così? Ma andiamo, è impossibile». Il papà di Bruna Guernieri, Romolo, è appena tornato da Caracas. È la seconda volta che ci va. La prima appena seppe che tutta la famiglia di sua figlia forse era in fondo al mare dei Caraibi, la seconda per sapere perché non si trova niente se si cerca da un anno. «Ci hanno assicurato — dice — che le ricerche vanno avanti, con noi c’erano l’ambasciatore venezuelano, gli avvocati, gli esperti e il rappresentante della Farnesina. Il fiscale generale (il pm, ndr) ha assicurato che vogliono trovare l’aereo e individuare i colpevoli».
Da giugno Hugo Marino, responsabile della Andy Latinoamerica, sta setacciando i fondali grinzosi davanti all’arcipelago di Los Roques. Lo scorso aprile era stato individuato un oggetto compatibile con il piccolo aereo, ma il 7 luglio il Rov, il robot usato per «guardare» rimbalzando le immagini su un computer, aveva scoperto il fiasco: quell’oggetto di 14 metri non era neppure un aereo.
SEDICI chilometri di coste controllate, 12 di fondali rastrellati e l’aereo non appare. È caduto davvero? «Nessuno ha visto niente quella mattina». E dove sarebbe caduto? I misteri cominciano proprio da quelle trascrizioni Inac: «Ho la barriera corallina alla vista» aveva comunicato il pilota all’uomo radar di Maiquetìa 12 minuti prima di lanciare il may day. «Impossibile — assicurano i piloti venezuelani — che a quella distanza potesse vederla». E se non impossibile, suona almeno strano che un pilota confonda il numero dei viaggiatori di un bimotore da 19 posti: «Siamo 18», sostiene nella conversazione con la torre di Caracas. Per poi correggersi con quella dell’isola all’annuncio dell’emergenza: «Siamo 14».
«NON SONO triste, sono rabbioso. Anche col presidente Napolitano. I nostri ragazzi sono italiani e hanno diritto di essere cercati». Romolo Guernieri avverte: «È compito del governo italiano ritrovare i suoi concittadini all’estero, come ha fatto per altri ritenuti più importanti dei nostri figli».
di Bruna Bianchi