Economisti e sociologi: "Dominano gli ultrasessantenni". Boeri: "Chi governa non pensa ai giovani". Napolitano: "Ricambio urgente"
Bologna, 22 gennaio 2009 - "UN PAESE che mi definisce giovane banchiere, a 51 anni, ha problemi". Va diritta al cuore la stoccata di Alessandro Profumo, sorridente di fronte alla platea di studenti del Collegio di Milano che lo seguiva per l’inaugurazione dell’anno accademico. L’ad di Unicredit mostrava una ferita molto italiana: la struttura della popolazione assomiglia a un fungo instabile dove la maggior parte ha più di 35 anni, con una classe dirigente a dir poco attempata. "Giovani fatevi avanti, in politica serve un ricambio generazionale" ha ammesso la settimana scorsa l’ultraottantenne Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. E i dati ne confermano l’urgenza.
TRA I PAESI della Ue lo Stivale vanta il primato della più bassa percentuale (14,1) nella fascia d’età compresa fra zero e 14 anni, e la più alta dall’altra parte della struttura, da 65 anni in su (19,5%). Il corrispettivo, dal punto di vista delle classi dirigenti, è altrettanto evidente: capelli grigi. Secondo una ricerca di Merrill Lynch gli imprenditori italiani che hanno superato i cinquant’anni sfiorano l’80%, un esercito ben più numeroso di quello inglese che solo per il 12% ha raggiunto la mezza età, e il 63% non ha superato i quaranta.
Dietro le cattedre non funziona diversamente: quasi la metà (45%) dei professori ordinari delle nostre università è senior, con più di 60 anni, e il 24% ne ha più di 65. Abbiamo i docenti più vecchi d’Europa e soltanto il 5% di loro è sotto i 35 anni. Nelle professioni domina il sessantenne, la storia si ripete in politica: a Montecitorio 83 deputati su 630 hanno meno di quarant’anni (13,2%), ma 354 (56,2%) ne hanno più di cinquanta. Com’è ovvio al Senato l’età media è più alta: sale fino a poco meno di 57 anni. Non che gli Usa si segnalino per un Congresso più giovane (dai 51 anni del 1951 l’età media è cresciuta ai 57 odierni). Ma Obama è presidente a 47 anni, come lo fu Clinton quando venne eletto nel ‘93: in Italia per cercare un leader di governo di giovane età bisogna risalire al caso, per nulla esaltante, di Mussolini. Negli anni Ottanta si distinsero Bettino Craxi, premier a 49 anni, e Giovanni Goria: ne aveva 44.
Le conseguenze di una classe politica avanti con gli anni? Perlopiù gravi e pericolose per la crescita, stando a sociologi ed economisti. "Chi governa pensa ad orizzonti sempre più brevi" spiegava in una intervista Tito Boeri, cinquantenne economista, professore alla Bocconi. "La logica che prevale è la sopravvivenza, senza affrontare i problemi di lungo periodo che saranno la sfida di chi ha oggi 30 anni".
Una valutazione condivisa dal Censis nel suo rapporto annuale 2008. Insomma l’orizzonte è quello di un sistema bloccato, con classi di comando più avanti negli anni rispetto agli altri paesi occidentali; una penisola dove i giovani si trasformano in "bamboccioni", secondo l’ex ministro Padoa-Schioppa, rimanendo troppo a lungo in famiglia. Ma anche la permanenza a lungo tra le mura di casa potrebbe essere una conseguenza della flessione dei salari di ingresso per le nuove generazioni. Diplomati e laureati entrano tardi nel mercato del lavoro mentre aumenta il grado di precarietà e di incertezza. Il risultato — spiegano — è anche l’affievolirsi del desiderio di costruire famiglia, di programmare il futuro.
SU CIASCUN ragazzo pesano 80mila euro di debito pubblico — secondo quanto stima Boeri — e 250mila di debito pensionistico: una voragine creata negli ultimi decenni, da governi di centrosinistra e centrodestra. "per pagare pensioni di invalidità, creare posti pubblici spesso inefficienti e baby pensioni". La ricetta degli economisti indica l’imperativo di riscrivere il patto generazionale per ribilanciarlo verso il basso. Cinico Giuseppe De Rita, sociologo settantaseienne tra i fondatori del Censis e suo segretario generale dal ‘74. "Le classi dirigenti — dichiarava nelle scorse settimane ad un quotidiano — sono quelle che conquistano la punta della piramide con soldi, media, corruzione, parentela, sesso, mentre le vere classi dirigenti si fanno in periferia". Come dire: il futuro sta in uno strappo, nelle autorità policentriche, nelle "minoranze vitali" delle province dell’impero che spezzeranno l’inerzia. "Non se ne esce — ammonisce — se non si cambia l’architettura del potere, che invece di classi dirigenti produce classi monarchiche". Avanti con gli anni.
di MARIO FORNASARI