Due candidati 'minori' in gara con i big del Pd: abbiamo intervistato il Verde Ermete Realacci e il laico Ignazio Marino
ROMA, 29 giugno 2009 - Doppia intervista sul Pd in vista del congresso: abbiamo sentito il Verde Ermete Realacci e il laico Ignazio Marino
REALACCI: 'NON SONO UN MARCHIONNE MA...'
E’ LA BANDIERA della visione verde-riformista che, però, si rammarica, «resta sottovalutata anche dentro il Pd». Per questo Ermete Realacci, già veltroniano e ora più vicino a Franceschini che a Bersani, continua a pensare di farsi avanti in prima persona alla testa del partito.
Realacci, sarà anche lei uno sfidante?
«E’ ancora presto per dire certamente un sì o un no. Dipende da come il tema economico-ambientalista verrà recepito. Se resterà sottovalutata la lezione d’Oltreoceano (Obama artefice di un piano epocale di riduzione di Co2), se non passeranno le grandi sfide ambientaliste, non escludo di farmi avanti. Noi sulle potenzialità di sviluppo dell’economia verde siamo provinciali. Riflettiamo. Come mai nessuno aveva scommesso sulla metafora positiva della Fiat, sul successo che una casa specializzata in piccole utilitarie ha poi avuto negli Usa?».
Anche lei come Bettini, pensa che al Pd serva un Marchionne?
«La qualità delle persone conta. Ma io di giganti non ne vedo tanti. Ecco perché la differenza la faranno le proposte. E la visione del futuro che un partito deve saper rappresentare. Neanch’io, sia chiaro, sono un Marchionne, però ho idee precise: ambiente e giustizia sociale siano i fari del Pd».
Bersani ha detto che vi siete allontanati dai ceti popolari e produttivi.
«Condivido. Ma è proprio Bersani ad avere avuto nel partito il monopolio delle dichiarazioni su temi come crisi, ceti deboli, lavoro...».
Una candidatura tematica come la sua, o come quella del laico Marino, non rischia di essere marginale rispetto alle grandi questioni (sicurezza, crisi, lavoro)?
«No. Innanzitutto perché tutte queste questioni devono trovare risposta. Anche se, per inciso, di laicità non si campa, di economia verde sì. In ogni caso, la pluralità non guasta mai».
E se decidesse di convergere su uno sfidante, sarebbe Franceschini?
«Certo il duo Bersani-Letta non ha mai mostrato di voler valorizzare la green economy. Quindi sì: Franceschini».
MARINO: ECCO PERCHE' I GIOVANI MI APPLAUDONO
MARINO, al Lingotto i giovani del Pd le hanno riservato una calorosa ovazione. Soddisfatto?
«Beh, non nascondo la soddisfazione per la reazione positiva, non me l’aspettavo. Posso dire che stimo tantissimo il lavoro dei trentenni-quarantenni del partito. Capiso la loro voglia di dare voce a ceti produttivi o figure provenienti dall’Università che in Italia — e il Pd non fa eccezione — faticano a emergere. Li comprendo, perché io stesso, come chirurgo, se non fossi stato all’estero, non sarei mai diventato primario di un importante centro di trapianti a 35 anni».
Ignazio Marino, senatore del Pd probabile sfidante di Bersani e Franceschini alla leadership, è ormai diventato l’alfiere dei valori laici all’interno del partito. Per questo, all’assemblea dei giovani democratici ha raccolto tanti consensi. Per questo, ieri, i radicali hanno fatto sapere che, se una personalità come Marino guidasse il Pd, il confronto politico riprenderebbe subito.
Crede che gli applausi ricevuti dipendano dalla lacuna del partito in fatto di lacità?
«Sì, penso che sia un tema sottovalutato. A Torino, sul palco, invece io ho usato parole molto chiare. Per dirla con l’evengelista Matteo: il sì sia sì, il no sia no. E credo che questo sia stato apprezzato. Ho sottolineato come un partito di centrosinistra non possa permettersi di avere idee forti su immigrazione, lavoro, diritti civili (testamento biologico, ai diritti delle donne e dei conviventi)».
Il Pd deve tenere insieme diverse anime.
«Ma quei principi non possono più essere tralasciati».
I radicali la vorrebbero leader del Pd. Lei li vorrebbe nel partito?
«Ci sono personalità che sarebbe un grave errore non coinvolgere».
Qual è stato il più grande errore commesso?
«La più grande intuizione è stata quella delle primarie, di aver fondato un partito sulla partecipazione. La pecca è stata di non aver saputo valorizzare le idee, le persone, le risorse provenienti dai circoli».
DI MARCELLA COCCHI