Glia alti magistrati dovranno decidere a ottobre sul Lodo Alfano. Di Pietro: «Incontro piduista». Mazzella: «Barbarie fascista, lo rifarei»
ROMA —DI PIETRO e il Pd hanno messo sotto accusa il ministro della Giustizia Alfano e due giudici della Corte costituzionale perchè ai primi di maggio si sono trovati a cena, nell’abitazione di uno dei due alti magistrati, Luigi Mazzella, con Silvio Berlusconi, il sottosegretario Gianni Letta e il senatore del Pdl Carlo Vizzini. Per il leader dell’Idv, che ieri alla Camera ha chiesto le dimissioni del ministro e dei due giudici, i convitati avrebbero discusso del lodo Alfano sul quale la Corte dovrà pronunciarsi il 6 ottobre. E’ stata una «cena carbonara e piduista ed è stata compromessa la credibilità della Corte» ha tuonato a Montecitorio Di Pietro che poi ha chiesto l’intervento del presidente della Consulta e dello stesso Napolitano. In serata il giudice Manzella ha reso pubblica una lettera «all’amico di vecchia data Silvio Berlusconi», nella quale riconduce la cena (alla quale erano presenti quasi tutte le mogli degli ospiti) a un tradizionale incontro tra loro, così come hanno fatto — aggiunge — «con alte personalità, molti miei attuali ed emeriti colleghi della Corte: potrei fartene un elenco chilometrico».
DI PIETRO in Aula ha accusato Berlusconi e Alfano di aver «infangato la sacralità della Corte che vediamo totalmente minata». Motivi sufficienti, per lui, perchè i due giudici commensali del premier «si astengano da decisioni che lo riguardino». Dopo la lettera di Manzella, l’ha definito «reo confesso» e ha ricordato che in casi simili i magistrati ordinari «possono essere ricusati». Per Di Pietro è un «caso abnorme e lo stesso Manzella non può non capirlo»: la premessa per chiedere se è «stato solo un atto di superficilità o la precisa volontà di calpestare etica e diritto». Le accuse del leader dell’Idv hanno fatto perdere la calma al ministro Sandro Bondi che, prima di lasciare l’Aula, gli ha urlato «Vergognati, vergognati», sostenuto dalla collega Gelmini. Anche il Pd ha chiosato la lettera del giudice Mazzella. «Non sta decisamente bene invitare a casa propria una persona sulla quale si dovrà decidere: sarò anche incivile, ma la penso così», ha detto Anna Finocchiaro. Ma alcuni parlamentari Pdl le hanno provocatoriamente chiesto «se solo la sinistra può incontrare membri della Consulta», aggiungendo di sapere di «pranzi» della stessa Finocchiaro con giudici della Consulta: «Pranzi sì e cene no? Così il galateo istituzionale è salvo!», hanno ironizzato.
E’ TOCCATO al ministro Elio Vito assicurare a Di Pietro che l’incontro non ha trattato in alcun modo temi nell’agenda della Consulta, nè la riforma della Giustizia, anche perchè la Corte «giudica solo eventuali controversie». Vito ha confermato che la cena c’è stata ai primi di maggio, un mese e mezzo prima del 26 giugno, quando il presidente della Corte ha fissato al 6 ottobre la discussione sul lodo Alfano. E il Pdl Quagliariello ha ricordato che la Corte «non è un tribunale chiamato a pronunciarsi su Berlusconi». Il capogruppo Cicchitto ipotizza che quello provocato dalla sinistra sia un polverone per spingere la Consulta a bocciare il lodo Alfano, un «tentativo di delegittimazione, un’interferenza». Capezzone fa ironia pesante, chiedendosi se Di Pietro «non voglia arrestare i giudici della Consulta che non gli piacciono e creare nel Paese tensioni forti e gravi». Poi, fa un appello alle «personalità più responsabili di ogni schieramento per preservare le istituzioni». Ma il Pd, pur con toni diversi da Di Pietro, con Tenaglia e Ferranti ha parlato di «cena inopportuna che mina l’imparzialità della Corte».
Nella sua lettera aperta («Per non subire ulteriori accuse») a Berlusconi, il giudice Mazzella ironizza, ma non troppo, sul clima da Stato di polizia, sulla «barbarie» che ci circonda e definisce «fantasiose» le ricostrizione delle conversazioni di quella sera di maggio.