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IL REPORTAGE / IN AFGHANISTAN CON LA ’FOLGORE’

Notte sotto il fuoco nemico
nel fortino italiano

Nell’avamposto di Sterzing dove le mura sono formate da reti e cemento: con il buio arrivano i razzi talebani. Il caporale De Vito, 24 anni, veterano dei Balcani e del Libano: "Due volte salvato dal mio blindato"
 

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folgore FORTINO STERZING (Valle di Musahi a sud di Kabul) — A CAMP INVICTA il caporal maggiore Luca Arenare, 25 anni, di Altavilla Silentina mi indica con un sorriso impercettibilmente imbarazzato una cassettina di metallo: «Quella è una novità, quando te la chiedo, passamela in fretta». Luca è l’addetto alla mitragliatrice Mg 42/59 capace di vomitare 1200 colpi al minuto. A quei ritmi scotta. Per toccarla servono speciali guanti neri con strisce di cuoio. Da quando sono qui, assieme al caporal maggiore scelto Francesco Gatto, 27, di Termini Imprese, il conducente del mezzo, Luca, è diventato la mia famiglia.
E il ‘Lince’ è il metallico surrogato della casa, sette tonnellate, porte da 180 chili. Sono le 22 e 40. Si levano le ancore per il ‘Fortino’, in inglese Forward Operational Base, ribattezzato dagli alpini ‘Sterzing’, ossia Vipiteno, una fortezza Bastiani affogata nel nulla della Valle di Musahi, 30 chilometri a sud della capitale. Ci precede un warning arrivato al 186° reggimento della Brigata Folgore: «Possibili attacchi a check point di 40 uomini guidati dal Comandante Darwish, fonte di basso livello».
Nella vallata, dal 2006, sono morti cinque militari italiani. Solo negli ultimi 45 giorni le pattuglie sono state attaccate tre volte, e si è riusciti a scovare una mina artigianale (Ied, in acronimo inglese) su una strada. Al punto ‘Lince 1’, scambi di colpi di fanali con la polizia afgana, due interrogativi dei poliziotti, quattro di risposta. Si spegne ogni luce, anche quelle di guerra, salvo i nostri stop che si arrenderanno solo a un interruttore generale dopo diversi minuti. E’ il momento dei visori notturni, delle camere termiche che rivelano in nero le sagome umane e che sanno distinguere fra un mitra e una zappa.
A complicare la situazione contribuisce un’antica abitudine dei contadini di Musahi. Lavorano di notte, i più evoluti con lucette applicate alla fronte, gli altri con lumi a petrolio. Estraggono grano, cipolle, patate da una terra grama e taccagna.

MEZZ’ORA per 4 chilometri di sobbalzi su una strada sterrata, giubbotti antiproiettile ed elmetti indossati, cinghie che ti inchiodano al sedile. Incrociamo altri due ‘Lince’, fiancheggiamo il muro di una scuola. Sterzing è un fort Apache difeso da file interminabili di Hesco bastion, alti contenitori in rete d’acciaio pieni di terra e di cemento, un’atmosfera da guerra di posizione 1915-18.
Mezzanotte è passata da cinque minuti. Da lontano violentano il silenzio tre esplosioni seguite dai sibili di tre razzi. Ci sospingono concitati nella sala mensa, un bunker perché ha gli ‘hesco’ e del cemento sul tetto. Uno spiritosone l’ha ribattezzata McMusahi, chiara allusione all’imperante McDonalds. A cena avevano servito pasta all’Osama (con gamberetti). I mortaisti armeggiano a una granata illuminante destinata a un pezzo montato su ruote. I colpi avrebbero mancato, per 500 metri, il Distretto di polizia di Musahi, a un chilometro e mezzo da ‘Sterzing’. All’una e mezzo, ancora voci eccitate, altri fischi sinistramente vicini ci sospingono nel bunker adibito a sala di calcolo per i mortai. Un secondo pezzo viene caricato dagli italiani con un colpo più pesante e distruttivo, un proiettile da 120 millimetri H.E., che sta per altamente esplosivo. Ancora ore di attesa. Ma alle 4 l’ufficiale al comando, il tenente Salvatore Piazza, palermitano, 27 anni, decide che non se ne fa nulla, dando prova di senso di misura e di granitico equilibrio.

VENTI uomini, 4 pattuglie, stanno scandagliando la notte. Dal posto di osservazione numero 4 hanno stabilito che i colpi venivano dal villaggio di Suryawun, otto chilometri a sud, al confine con la provincia del Logar, e che le rampe di lancio, forse in semplice terra, erano molto vicine alle case. Due razzi sono precipitati a est dell’edificio della polizia, due a sud, un paio ha sorvolato una cresta a nord della palazzina. «Non c’era più pericolo per gli afgani né per noi. Né eravamo sicuri del fatto che chi ha tirato fosse ancora lì», spiega Piazza. Potevano essere razzi cinesi da 107 millimetri attivati con normali sveglie che danno agli artificieri tutto il tempo di fuggire.
Alle 5 e 30 i genieri della Folgore vanno a recuperare gli eventuali resti. ‘Sterzing’ si ridesta. E ci racconta quello che non avevamo visto nelle tenebre. Sui muri di Hescobastion sono allineate mitragliatrici Mg e Browning e lanciarazzi a raffica automatica coperti da un telo per proteggerli dal caldo. Dal Logar i talebani tentano di infiltrarsi più a nord nella valle di Musahi che porta dritta a Kabul. Pare che li infastidisca molto, oltre a ‘Sterzing’, una base impiantata dall’esercito afgano a Charasiab.
Alle 10 il fortino italiano riceve visite. Sono gli americani del Secondo Battaglione del 121° reggimento della Guardia nazionale della Georgia. Un sergente sussurra che molti sul teatro afgano «vogliono raffermarsi». «In patria — ammette con una punta di vergogna — le famiglie non hanno nemmeno gli occhi per piangere”. Su un hescobastion è appeso, in perfetto contrasto, il motto, in stile antidepressivo Folgore doc, inventato dall’aiutante della prima compagnia di manovra: «Se il destino è contro di noi, peggio per lui».
 

dall’inviato LORENZO BIANCHI










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