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Arte

IL TESORO DI PIEVE

Maramotti, ecco il museo: vi sveliamo i suoi gioielli

Viaggio all’interno della magnifica collezione creata dalla famiglia di imprenditori della moda a Pieve Modolena: due piani, 43 sale e opere di inestimabile valore. La raccolta ripercorre la storia dell’arte degli ultimi 60 anni. Sarà aperta al pubblico dal 29 settembre. L'Ingresso è gratuito

Il museo Maramotti, sulla parete 'Birthday Boy' di Eric Fischi Pieve Modolena, 21 settembre 2007 - Quello che il cavalier Maramotti amava, le opere che lo emozionavano, linee e silenzi, esplosioni di colore e attese, giochi di luce e neri profondi, lo ha lasciato ai reggiani in eredità. Perché sappiano non solo chi era (questo lo sanno e continuano a saperlo attraverso la famiglia e l’azienda Max Mara) ma cosa cercava e comprava in giro per il mondo, con il suo fido gallerista e amico Mario Diacono.
Lui, che con la stampa usava l’arma più imbarazzante del silenzio, a due anni dalla morte apre alla città le porte della sua collezione e lascia che sia questa a parlare: una collezione di opere che dialogano con il mondo e con il linguaggio del mondo.
La sua wunderkammer mostra quello che solo pochi amici, di Reggio ma soprattutto di fuori, di New York e Londra, hanno finora avuto il privilegio di vedere. Duecento opere delle 500 circa di cui è composto il suo personalissimo museo, i suoi «giochi» legati alla ricerca continua di linguaggi up-to-date, di stili e tendenze, così nel fashion, così nell’arte.
Ma il percorso di lettura delle opere, che in senso cronologico parte dagli anni Sessanta e arriva fino a questo millennio, praticamente all’altro ieri, racconta anche di una collezione costruita con cura, selezionando solo dipinti, installazioni e sculture tra le più significative degli artisti che lo interessavano.

 

Opere d’esordio o paradigmatiche della ricerca di questi artisti e, di conseguenza, spesso innovative al punto da essere snodi fondamentali dell’arte super-contemporanea, incipit di movimenti e tendenze.
Questo voleva Achille Maramotti. Collezionare arte. A chi per anni lo avvicinava chiedendogli di buttar soldi nel basket o in qualche altro sport, come succede a tanti grandi dell’economia che cercano un mecenatismo popolare a bordo campo, rispondeva che niente lo ripagava più dell’arte. I suoi soldi li 'buttava' lì. E dal 29 settembre questo sarà palese a tutti e gratis, perché le emozioni non si vendono ma si regalano. Questo i suoi figli, in particolare Luigi che ha ereditato la sensibilità artistica del padre, hanno voluto in omaggio al fondatore.
Insieme ai bon bon, un occhio va dato anche alla scatola: il vecchio stabilimento Max Mara di via Fratelli Cervi - vecchio perché l’azienda ha traslocato nel 2003 ma non per la struttura, disegnata 50 anni fa dagli architetti Pastorini & Salvarani - un grande contenitore pieno di novità, basato su torri laterali che intrappolano i servizi e grandi spazi centrali illuminati al massimo dalla luce naturale, strumento prezioso per chi lì lavorava su materiali e colori. Una struttura che l’architetto inglese Andrew Hapgood ha oggi disassato e ri-orientato, poi aperto alla nuova funzione museale con largo uso del vetro.
Oggi quei materiali e quei colori sono opere d’arte. E vale la pena, a questo punto, di cominciare a raccontarle sapendo che l’arte contemporanea è un po’ come la Nazionale di calcio, tutti pronti a dire che "quello lo facevano anche loro". Dopo, naturalmente.

 

La prima considerazione che viene da fare è che per conoscere l’arte contemporanea oggi non serve viaggiare ma prendere al massimo il bus che va verso Pieve Modolena. E che dentro quella fabbrica dismessa, invidiabile location, oggi c’è il mondo. C’è Londra, New York, Roma, Berlino. Può piacere o fare arrabbiare, è «arte vietata ai minori di anni 14 se non accompagnati» ma è quello che serve a tutti, giovani e no, per capire cos’è successo negli ultimi 60 anni, soprattutto dagli anni Ottanta ad oggi. Due piani e 43 sale di opere di grande formato, di installazioni pesanti e leggerissime insieme (come Caspar David Friedrich di Claudio Parmiggiani, 1989) ordinate con sapienza da Marina Dacci, responsabile della collezione. Di sculture buttate lì quasi per caso (Ontani) ed installazioni come Coccodrillo e serie di Fibonacci di Mario Merz, concettualmente deliziose. Dall’ultimo espressionismo e astrattismo degli anni Quaranta e primi Cinquanta ai proto-concettuali italiani come Fontana e Burri, Manzoni (splendido l’Achrome del ’58) e Fautrier. Poi il percorso passa alla Pop Art romana di Schifano e Franco Angeli, all’Arte Povera con Kounellis, Penone, Zorio, Anselmo e all’Arte Concettuale.

 

La Transavanguardia dei cinque cavalieri di Bonito Oliva ha un posto d’eccezione, e qui sono presenti dei Cucchi come La paura va a passeggio (1983) o La cucina di Dioniso di Chia (1980) o un Paladino gigantesco. Il secondo piano è il trionfo della pittura americana, da Basquiat e Schnabel ai neo-geometrici Taaffe e Bleckner, passando per le atmosfere sospese di Alex Katz e i letti disfatti di Eric Fischl. Un posto a parte merita Gerhard Richter, Kleiner Liegender Akt (1967).
Al piano terra, accanto alla biblioteca, una grande sala espositiva per mostre temporanee dei nuovi esponenti dell’arte. Il museo che verrà. Perché il viaggio di Maramotti non si è mai interrotto.

di Pierluigi Masini

 









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