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IL RESTAURO

La croce di Castiglion Fiorentino
"Tecnica pittorica raffinatissima"

Le particolarità stilistiche e tecniche emerse dopo quattro anni di restauri potrebbe far appartenere l'opera a un eccellente artista dal nome ancora sconosciuto   di Olga Mugnaini

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La croce dipinta di Castiglion Fiorentino Firenze, 25 aprile 2008 - L’ACCOSTAMENTO della Croce dipinta di Castiglion Fiorentino a quella di San Domenico attribuita a Cimabue è immediato. Così come lo sono i riferimenti stilistici all’altra grande croce dipinta della Chiesa di San Francesco, sempre ad Arezzo. Ma le particolarità stilistiche e tecniche emerse dopo quattro anni di restauri sono tali e così significative da rendere impossibile motivare per adesso un’attribuzione a uno dei celebri maestri toscani della seconda metà del Duecento. Anzi, non si esclude che la straordinaria Croce di Castiglion Fiorentino possa appartenere a un eccellente artista dal nome ancora sconosciuto. Eccellente per le capacità e di primo piano per la committenza.

 

In passato il dipinto — che si colloca intorno all’ottavo decennio del Duecento — era stato attribuito prima a Margaritone e poi a seguaci di Coppo di Marcovaldo, e c’è anche chi vi ha visto un richiamo alle opere di Giunta Pisano. L’avventura attributiva, insomma, comincia ora, dopo che i restauri hanno rimediato ai guasti del tempo e ai numerosi interventi impropri che si sono succeduti nei secoli.

 

La Croce è tornata nella sua sede della Pinacoteca di Castiglion Fiorentino e — come annunciato dal sindaco Paolo Brandi —, a maggio sarà al centro di un convegno sulle croci dipinte nell’Aretino. Il restauro è stato presentato dalla presidente della commissione cultura della Regione, Ambra Giorgi, e da Rossella Cavigli della Sovrintendenza di Arezzo . E al di là dell’impossibilità di confermare precedenti attribuzioni — tra cui una anche a Cimabue —, proprio i restauri hanno evidenziato elementi inediti rispetto a dipinti coevi. Come le vene in rilievo sulle braccia e sulle gambe del Cristo, che non sono — come era stato pensato — un’aggiunta in cera di un’epoca successiva, ma in gesso e colla e realizzate insieme al dipinto. Una particolarità riscontrata in sculture nordiche ma mai nella pittura italiana.

 

La Croce, di 4,17 metri per 3,27, rappresenta il Cristo Patiens, il Cristo sofferente, iconograficamente successivo al Cristo Triumphans. In alto, manca il clipeo con la figura del Redentore. Nella cimasa, compaiono la Madonna Assunta con due Angeli; alla destra, la Madonna Addolorata; alla sinistra, San Giovanni; in basso, ai piedi del Cristo, una figura femminile fino ad oggi ritenuta la Maddalena. Ma questa identificazione è ora incerta, perché dal restauro si è scoperto che quelli che sembravano lunghi capelli sono in realtà un velo. Chi è dunque questa pia dolente? Altro elemento da chiarire è come un’opera francescana — come è sempre stata considerata — non abbia in realtà alcun elemento iconografico di San Francesco o di Santa Chiara.

 

«Ci troviamo di fronte a un’opera dalla tecnica pittorica raffinatissima — spiega il restauratore Alberto Spurio-Pompili — e a materiali preziosi, tra cui lapislazzuli, oro, lacche persiane rosse e verdi, usati su parti del dipinto normalmente eseguite con pigmenti più poveri. Questo presuppone un committente importante e ci dice che siamo di fronte a un maestro di primissimo piano. Dopo il restauro il volto del Cristo presenta una levigatezza del colore e una morbidezza della pennellata che sorprendono per il periodo, mentre la figura, liberata dal pesante contorno bruno, risulta esile ed elegante. Nel bruno dei capelli del Cristo, si contano fino a dieci stesure di colore» . Infine lo strano cartiglio al di sopra della testa del Cristo: "Ikc: Nazarenu Rex Jud’o". Se si trattasse, come sembra del trigramma Ikc in lettere greche o Ihc in latino, saremmo di fronte ad un elemento di novità rispetto alle croci del tempo col trigramma Ihs in latino.

di OLGA MUGNAINI

 









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