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A BOLOGNA

La Somalia di Alessandro Vincenzi

La Somalia vista attraverso i click di Alessandro Vincenzi, bolognese, classe 1973, arrivato alla fotografia professionale dopo una laurea in biologia. Vincenzi nel 2005 è entrato in Medici Senza Frontiere  e da allora ogni missione è anche un'occasione per raccontare un 'paese dimenticato'

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Somalia La Somalia, un paese dimenticato, visto attraverso gli occhi di Alessandro Vincenzi, bolognese, classe 1973, arrivato alla fotografia professionale dopo una laurea in biologia. Vincenzi nel 2005 è entrato in Medici Senza Frontiere (MSF) e da allora, durante il tempo libero, quando era in missione come biologo, ha realizzato reportage in vari contesti e Paesi (Somalia, Uganda del Nord, Bangladesh, India). Mercoledì 22 ottobre a Bologna (Sala Esposizioni G. Cavazza, Via S. Stefano 119 - Orari  Dal lunedì al sabato 10-20 (orario continuato) Domenica 10-13 e 16-20. www.alessandrovincenzi.it) si apre una sua personale visitabile fino al 28 ottobre. Attraverso le sue foto si rivivono le storie quotidiane di donne, bambini e uomini alla ricerca di una vita finalmente normale.

 

Di seguito pubblichiamo un'intervista al  biologo-fotografo

 

Hai lavorato in Somalia in due missioni, che cosa significa operare in un contesto come questo?

La mia prima Somalia è stata anche la mia prima missione. Non mi era molto chiaro cosa volesse dire lavorare in una zona di conflitto, ma alla fine della prima settimana tutto è diventato cristallino. A causa dell'insicurezza si creano delle condizioni di lavoro molto stressanti e frustranti. la vita si riduce ad ospedale-casa, casa-ospedale. 
Dove mi trovavo io, a Galkayo, non ci era permesso di uscire se non per ragioni strettamente legate al lavoro. I conflitti a fuoco tra clan erano (e sono tuttora) quotidiani. A volte erano talmente seri ed intensi che eravamo costretti a chiuderci in casa per giorni interi e le attività in ospedale venivano coordinate via radio e telefono. Se le cose non miglioravano si sceglieva l'opzione di essere evacuati a Nairobi (4-5 ore di volo con un piccolo piper). Per queste ragioni il team di espatriati era ridotto ad un numero minimo, che permettesse di poter evacuare con un solo aereo. 
Tutto ciò rendeva il lavoro durissimo. La formazione dello staff locale e l'attenzione al paziente erano continuamente interrotti, con le dovute conseguenze, soprattutto per la formazione. Non ho mai avuto la sensazione di essere in pericolo di vita, ma purtroppo la storia è testimone del contrario (la mostra e l'evento in se è in memoria di Ricardo, Victor, Damien,  Mohmed, Bidhaan, Abdulkarim: operatori umanitari morti in Somalia). 
Il sistema sanitario è collassato quasi vent'anni fa, con l'inizio della guerra civile, e la popolazione, forse oggi più che in altre occasioni, ha un estremo bisogno di aiuto. 
Non esiste nulla ed è per questo che ho deciso di ritornare una seconda volta quando MSF mi ha contattato per chiedermi se potevo andare un paio di mesi ad organizzare un laboratorio per sostenere le attività di chirurgia di un nuovo progetto che si stava aprendo. È per queste persone, pazienti come staff locale, che ho deciso di ritornare in Somalia nell'ottobre del 2006, un paio di mesi prima della conferma ufficiale che le truppe etiopi, con l'appoggio degli Stati Uniti, invadessero il territorio somalo. In realtà quando arrivai a Nairobi all'inizio di ottobre esisteva già un'invasione etiope, con uno dei fronti a poche decine di km dalla città dove si sarebbe dovuto aprire il progetto. Purtroppo, durante questi due mesi, non siamo mai riusciti a trovare un momento sufficientemente sicuro per poter entrare.

 

Attraverso la macchina fotografica hai immortalato immagini molto forti. che cosa ti è rimasto dentro?
Forse impotenza e tristezza, soprattutto per come stanno andando ora le cose. A volte ti fermi a pensare e ti chiedi se realmente a senso tutto quello che stai facendo. A volte lo sconforto prevale sulla razionalità, e allori ti devi fermare un attimo. Ti rendi conto che delle vite si possono salvare e questa credo sia una motivazione più che sufficiente per decidere di continuare, per andare avanti. Per mia fortuna sono sempre, o quasi,  riuscito a mantenere un certa distanza dal paziente tentando di mantenere lucidità ed obiettività. è una reazione automatica che scatta, una sorta di autodifesa, soprattutto se si rimane in un progetto per lunghi periodi

 

Che cosa fa Medici Senza Frontiere in Somalia?
MSF cerca di sopperire alle mancanze di un paese in cui non esiste un sistema sanitario e personale medico qualificato. Pediatria, maternità, ovviamente chirurgia di guerra. Centri nutrizionali e trattamento di malattie come la tubercolosi; medicina generale, trattamento di malattie endemiche nel paese come malaria e colera. 
Nell'ospedale di Galkayo esiste un centro di diagnosi e trattamento della tubercolosi, centro nutrizionale per bimbi malnutriti, reparto di pediatria, maternità, laboratorio, chirurgia generale e chirurgia di guerra.

 

La Somalia è in guerra dal 1991: secondo te ha ancora senso parlare di una situazione talmente cronicizzata da non far più notizia?
"Non far più notizia" purtroppo è un’espressione tanto vera quanto orribile. In Somalia, così come in Sri Lanka, Cecenia, Colombia, Repubblica democratica del Congo e molti altri contesti, si vive quotidianamente nella disperazione, senza sapere se si vedrà la luce del giorno dopo. 
Prima come essere umano e poi come fotografo credo di avere l'obbligo di parlarne e tentare di coinvolgere l'opinione pubblica, proprio per evitare quello che sta accadendo, che ci si dimentichi di tragedie che accadono quotidianamente, anche non troppo lontano da noi. Non parlarne e fare finta di nulla è sicuramente comodo...si hanno già tanti pensieri e problemi che aggiungere anche quello della Somalia, della Birmania, della Repubblica Centro Africana potrebbe essere causa di disturbo, ma non credo sia un volere del cittadino italiano considerando le centinaia di migliaia di persone che con le loro donazioni contribuiscono a far sì che MSF possa fornire aiuto a popolazioni spesso dimenticate. Credo che lo stesso cittadino dovrebbe aver il diritto di scegliere se informarsi o meno su quello che sta passando per il mondo. 
In collaborazione con l'osservatorio di Pavia MSF ha pubblicato il rapporto annuale sulle crisi umanitarie dimenticate dai media. Secondo il rapporto nei tg serali e diurni di Rai e Mediaset si nota un calo delle notizie sulle crisi umanitarie nel corso del 2007, che passano dal 10% del totale delle notizie date nel 2006 all'8% e questo non perché le crisi umanitarie siano diminuite, anzi. È attraverso eventi come questo che MSF coglie l'occasione di parlare ed approfondire tematiche che non vengono sufficientemente considerate. 

 










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